Il Tirreno

Versilia

I cimeli sportivi di Arturo Maffei hanno trovato casa 

di Massimo Guidi
I cimeli sportivi di Arturo Maffei hanno trovato casa 

Apre oggi il museo dedicato al saltatore in lungo viareggino che sfiorò la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Berlino

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VIAREGGIO. Il viareggino Arturo Maffei è stato uno dei più grandi interpreti nel salto in lungo nel secolo scorso grazie ad una tecnica sopraffina esaltata anche da Jesse Owens che non esitò a dichiarare ai giornalisti che il saltatore perfetto, quello in grado di raggiungere gli 8,30 (misura superata solo nel 1962 dal sovietico Ter Ovanesian) avrebbe dovuto avere la sua velocità abbinata alla tecnica del saltatore viareggino capace di interpretare la tecnica dei "tre passi e mezzo" indigesta allo stesso fuoriclasse statunitense. Del quale Arturo divenne amico durante lo svolgimento delle Olimpiadi del 1936, quelle che consegnarono alla leggenda Owens ma anche l'atleta viareggino che mancò il bronzo (conquistato dal giapponese Tajima) per l’inezia di un centimetro seppure saltando 7,73 metri, record italiano superato dopo 32 anni da Giuseppe Gentile in un pomeriggio dell’agosto del 1968 in Polonia, durante un incontro internazionale tra Polonia ed Italia. Un quarto posto, una cosiddetta “medaglia di legno”, un cruccio per Maffei, che lo ha fatto conoscere al mondo più dei tanti successi: otto titoli italiani, un argento ai campionati europei del 1938, dove un “nullo” inesistente lo privò dell’oro, un Campionato Inglese (una specie di campionato mondiale dell’epoca) oltre ad avere ottenuto ventisette vittorie in gare internazionali e ad avere migliorato per tre volte il record italiano.
Ma chi era Arturo Maffei, grande atleta e personaggio carismatico capace di polarizzare l’attenzione anche di fronte ad un’istrione come Maurizio Costanzo? Arturo nasce a Viareggio il 9 novembre del 1909. Dotato di un fisico che sembra fatto apposta per praticare sport si dedica al calcio e all’atletica leggera. Gioca da portiere nella Fiorentina in serie B poi va alla Sestese dove alcuni dirigenti che lo avevano visto saltare anche quattro patini affiancati sulla spiaggia di Viareggio, lo spingono a provare con il salto in lungo dove dimostra subito di saperci fare.
Il marchese Luigi Ridolfi, presidente sia della Fiorentina che del Giglio Rosso, lo convince a lasciare perdere il calcio per dedicarsi al salto in lungo. La prima affermazione arriva ai campionati italiani del 1930: Maffei si lascia alle spalle un grande della specialità come Virgilio Tommasi, padre del giornalista Rino, che diverrà il suo storico rivale assieme all’altro viareggino Guido Cortopassi.
La parabola di Arturo è in piena ascesa ma un guaio al ginocchio lo costringe a dare forfait per le Olimpiadi del 1932 a Los Angeles. Rimane lontano dai campi di gara per circa un anno e quando rientra ha un nuovo allenatore, l’americano Boyd Comstock, che lo aiuterà a migliorarsi. E nel 1936 arriva così il primo record italiano (7,42) che strappa a Tommasi. Un salto che gli vale la chiamata per le Olimpiadi di Berlino del 1936 dove Arturo termina al quarto posto dietro Owens il tedesco Long ed il giapponese Tajima. E proprio al momento della premiazione Maffei è testimone del mancato saluto tra Owens ed Adolf Hitler: «Quando si trovò davanti a Owens, Hitler stese il braccio nel saluto nazista proprio mentre l'americano gli tendeva la mano. Allora fu Hitler a tendere la mano mentre Owens salutò militarmente. Chissà forse Owens come altri non teneva particolarmente a quelle congratulazioni».
Hitler è stato uno dei tanti personaggi della storia del secolo scorso che Maffei ha incontrato durante le premiazioni. Da Mussolini alla regina d’Inghilterra e a tanti altri capi di Stato. Nel dopoguerra torna al calcio allenando anche il Signa dove conosce Romeo Anconetani, giovane direttore sportivo alle prime armi. Due personaggi istrionici che sicuramente avranno fatto divertire chi stava loro vicino.
Ma prima di consegnarsi definitivamente alla sua Viareggio (dove muore il 17 agosto del 2005) Maffei va un ultima volta in pedana per una gara di salto in lungo. E’ il 1951 e l’Assi Giglio Rosso non ha un atleta da far gareggiare in quella gara nei campionati per società. Arturo non può dire no alla sua vecchia società e a 42 anni ottiene un buon piazzamento che consente ai fiorentini di ottenere una medaglia d’argento.
Amante dello sport ha seguito le gare di atletica fino che le forze glielo hanno permesso, stigmatizzato il ricorso al doping invitando, alla sua maniera, i giovani a “doparsi” con bistecche, bicchieri di vino e… donne.

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