Sicurezza
Marzabotto come Sant’Anna l’eccidio a teatro
di Giacomo Corsetti
Matteo Belli porta in scena la strage nazista «Così si contrasta la strategia dell’oblio»
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In Versilia la marcia di avvicinamento alla Festa della Liberazione del 25 aprile comincia dalle Scuderie Granducali di Seravezza, dove stasera alle 21. 15 viene portato in scena dall’attore e regista bolognese Matteo Belli lo spettacolo “Marzabotto” sull’eccidio compiuto dalle truppe nazifasciste il 29 settembre 1944 che causò la morte di 770 persone. Lo spettacolo - scritto insieme allo scrittore Carlo Lucarelli - si avvale di testimonianze documentali e popolari per ripercorrere la tragica vicenda partendo dalla scoperta nel 1994 a Palazzo Cesi a Roma dell’Armadio della Vergogna dentro il quale furono celati tutti i fascicoli sulle stragi nazifasciste, compresa quella di Sant’Anna di Stazzema.
Matteo Belli, perché quell’armadio rivolto contro il muro dentro Palazzo Cesi? Equilibri geo-politici da mantenere o un tentativo di insabbiare da parte di uno Stato che non era esente da gravi colpe?
«Come raccontiamo nello spettacolo — citando anche frasi e dichiarazioni di ministri, ambasciatori e militari dell’epoca — c’era una situazione internazionale geo-politica molto complicata. Sostanzialmente c’erano dei fattori di convenienza che si possono riassumere sotto la definizione di ragione di Stato. Se l’Italia avesse inflitto condanne — come si sarebbe dovuto fare per avere giustizia — poi si sarebbe trovata esposta sulle colpe compiute a sua volta in Grecia, Montenegro o in Etiopia. Poi c’era l’interesse della Nato nel far entrare la Germania al suo interno per fronteggiare il pericolo comunista».
Che opinione si è fatto della decisione tedesca di non processare le SS condannate in Italia per le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna?
«Una decisione che si commenta da sola. Non voler ragionare sulla storia e su una memoria costruttiva per riflettere e informare i giovani e che contribuisca a creare una coscienza collettiva prepara il terreno alle peggiori conseguenze. Io dico che quando si tacita la memoria in questa strategia dell’oblio poi non possiamo stupirci se ricompaiono i peggiori simboli e i movimenti nazionalisti che prosperano dove c’è una paura non elaborata. Bisogna trasformare le paure in azioni di crescita incontrando l’altro. Un processo immenso che parte dalle famiglie e che riguarda anche la scuola e la politica. Quello che in questo spettacolo si racconta è ciò che non è successo per dare un senso a quello che oggi viviamo».
Cosa significa portare uno spettacolo del genere davanti a persone che sono cresciute con il racconto dei fatti di Sant’Anna?
«Noi ci occupiamo di teatro e quindi il linguaggio dell’emozione fa parte del nostro agire. È un’emozione in senso molto ampio perché c’è una sorta di sentimento di fraternità quando si condividono certe storie. Ad esempio ho portato questo spettacolo in Argentina, dove sono stati ospitati alcuni criminali nazisti in fuga e dove c’è stata la strategia dei desaparecidos. Ricordo che c’era una sensazione di gelo profondo che non è facile da gestire teatralmente. Sai già che parlerai a persone che queste vicende le hanno vissute o le hanno sentite raccontare».
Rappresaglie effettuate per colpire i partigiani o per un odio indiscriminato verso un popolo che dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi vedevano come infame e traditore?
«Qui la mia opinione non vale nulla perché ci sono dei fatti storici documentati che dicono che la brigata partigiana Stella Rossa venne completamente annientata già all’alba del 29 settembre. Quindi parlando dei fatti di Marzabotto — che vanno dal 29 settembre fino al 5 ottobre — si parla di un atto di genocidio verso la popolazione civile che nulla aveva a che fare con un’azione di guerra».
Due anni fa un nipote di una SS presente a Sant’Anna volle incontrare alcuni superstiti. Per le vittime di Marzabotto ci sono stati incontri simili?
«A me non risulta».
Durante i due giorni per il G7 di Lucca il ministro degli esteri Alfano farà visita a Sant’Anna. Dopo i silenzi — in particolare della Prima Repubblica — come giudica le attenzioni delle istituzioni verso i luoghi di queste stragi?
«Si sa, la vita cambia così come i rapporti politici. A me sarebbe piaciuto che Alfano e i suoi colleghi avessero avuto un altro atteggiamento in occasione del 25 aprile degli anni scorsi. Posso anche capire che ogni tanto ci possa essere un cambio nella riflessione politica che sia credibile però è tutto molto giocato sull’ordine della convenienza elettorale. Dipende poi anche dalla persona, perché se penso a Pertini non ho dubbi».
Ricordare è sempre stata la cura per impedire il ripetersi di certe tragedie: oggi, con il riemergere di forze di estrema destra in tutta Europa, ricordare potrebbe diventare una sorta di nuova Resistenza?
«La resistenza è come la salute. Ce ne accorgiamo quando stiamo male. Resistere significa anche prevenire e quindi bisogna lavorare quotidianamente su valori universali».
Salirà a Sant’Anna di Stazzema durante il suo soggiorno per lo spettacolo?
«Purtroppo questa volta non mi sarà possibile ma spero che questa data sia l’occasione per un appuntamento futuro e tornare per visitare Sant’Anna».
Matteo Belli, perché quell’armadio rivolto contro il muro dentro Palazzo Cesi? Equilibri geo-politici da mantenere o un tentativo di insabbiare da parte di uno Stato che non era esente da gravi colpe?
«Come raccontiamo nello spettacolo — citando anche frasi e dichiarazioni di ministri, ambasciatori e militari dell’epoca — c’era una situazione internazionale geo-politica molto complicata. Sostanzialmente c’erano dei fattori di convenienza che si possono riassumere sotto la definizione di ragione di Stato. Se l’Italia avesse inflitto condanne — come si sarebbe dovuto fare per avere giustizia — poi si sarebbe trovata esposta sulle colpe compiute a sua volta in Grecia, Montenegro o in Etiopia. Poi c’era l’interesse della Nato nel far entrare la Germania al suo interno per fronteggiare il pericolo comunista».
Che opinione si è fatto della decisione tedesca di non processare le SS condannate in Italia per le stragi di Marzabotto e di Sant’Anna?
«Una decisione che si commenta da sola. Non voler ragionare sulla storia e su una memoria costruttiva per riflettere e informare i giovani e che contribuisca a creare una coscienza collettiva prepara il terreno alle peggiori conseguenze. Io dico che quando si tacita la memoria in questa strategia dell’oblio poi non possiamo stupirci se ricompaiono i peggiori simboli e i movimenti nazionalisti che prosperano dove c’è una paura non elaborata. Bisogna trasformare le paure in azioni di crescita incontrando l’altro. Un processo immenso che parte dalle famiglie e che riguarda anche la scuola e la politica. Quello che in questo spettacolo si racconta è ciò che non è successo per dare un senso a quello che oggi viviamo».
Cosa significa portare uno spettacolo del genere davanti a persone che sono cresciute con il racconto dei fatti di Sant’Anna?
«Noi ci occupiamo di teatro e quindi il linguaggio dell’emozione fa parte del nostro agire. È un’emozione in senso molto ampio perché c’è una sorta di sentimento di fraternità quando si condividono certe storie. Ad esempio ho portato questo spettacolo in Argentina, dove sono stati ospitati alcuni criminali nazisti in fuga e dove c’è stata la strategia dei desaparecidos. Ricordo che c’era una sensazione di gelo profondo che non è facile da gestire teatralmente. Sai già che parlerai a persone che queste vicende le hanno vissute o le hanno sentite raccontare».
Rappresaglie effettuate per colpire i partigiani o per un odio indiscriminato verso un popolo che dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi vedevano come infame e traditore?
«Qui la mia opinione non vale nulla perché ci sono dei fatti storici documentati che dicono che la brigata partigiana Stella Rossa venne completamente annientata già all’alba del 29 settembre. Quindi parlando dei fatti di Marzabotto — che vanno dal 29 settembre fino al 5 ottobre — si parla di un atto di genocidio verso la popolazione civile che nulla aveva a che fare con un’azione di guerra».
Due anni fa un nipote di una SS presente a Sant’Anna volle incontrare alcuni superstiti. Per le vittime di Marzabotto ci sono stati incontri simili?
«A me non risulta».
Durante i due giorni per il G7 di Lucca il ministro degli esteri Alfano farà visita a Sant’Anna. Dopo i silenzi — in particolare della Prima Repubblica — come giudica le attenzioni delle istituzioni verso i luoghi di queste stragi?
«Si sa, la vita cambia così come i rapporti politici. A me sarebbe piaciuto che Alfano e i suoi colleghi avessero avuto un altro atteggiamento in occasione del 25 aprile degli anni scorsi. Posso anche capire che ogni tanto ci possa essere un cambio nella riflessione politica che sia credibile però è tutto molto giocato sull’ordine della convenienza elettorale. Dipende poi anche dalla persona, perché se penso a Pertini non ho dubbi».
Ricordare è sempre stata la cura per impedire il ripetersi di certe tragedie: oggi, con il riemergere di forze di estrema destra in tutta Europa, ricordare potrebbe diventare una sorta di nuova Resistenza?
«La resistenza è come la salute. Ce ne accorgiamo quando stiamo male. Resistere significa anche prevenire e quindi bisogna lavorare quotidianamente su valori universali».
Salirà a Sant’Anna di Stazzema durante il suo soggiorno per lo spettacolo?
«Purtroppo questa volta non mi sarà possibile ma spero che questa data sia l’occasione per un appuntamento futuro e tornare per visitare Sant’Anna».
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