Il dolore
L’arte e il male di vivere
di ADOLFO LIPPI
Carlo Nencini, una vita da romanzo ma senza lieto fine
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È una storia viareggina di ambizione, miseria, arte e tragedia, quella di Carlo Nencini, maschera al cinema e pittore straziato ma coloratissimo e vivace. Una storia che pochi rammentano ma che rappresenta una generazione, quella degli anni Ottanta, quando non vi era benessere diffuso ma la tanta ricchezza per alcuni e la tribolazione per gli altri, quando i ragazzi appena usciti da ragioneria, dai licei o dall’alberghiero non sapevano mai che fare, allora peregrinavano a Londra, a Parigi, a Berlino, con quattro parole imparate d’estate dalle straniere dei corsi d’italiano al Collegio Colombo in Darsena.
Carlo Nencini era figlio di Giuseppe, un bidello del liceo “Carducci”, più che un bidello un’istituzione cara ai professori, cara ai ragazzi coi quali spesso merendava, andava in gita, li accompagnava a casa per tranquillizzare le famiglie. Ed era figlio di Dora Codecasa, donna rude, lavoratrice, possessiva. Una volta quando dei fascisti (prima della guerra) erano andati a casa per cercare Giuseppe con brutte intenzioni, lei li minacciò col coltello. Non era una che la passava liscia e così allevò i tre figli, Tito, Carlo, Lietta, con carattere e invasività perché le donne di allora consideravano la famiglia una comunità chiusa, protetta, murata, che per entrarvi o uscire dovevi fare autentiche rivoluzioni, coi piatti che volevano qua e là.
La storia di Carlo potrebbe raccontarla bene Elisabetta Salvatori perché ha tutti gli aspetti del teatro drammatico. Carlo era il figlio piccolo, alto, bello, sensibile e turbato. L’altro figlio Tito era stato primo agli studi, divenne avvocato famoso, fu più volte consigliere comunale per il Pci, divenne benestante perché grazie alla moglie Rossella possedeva anche il bagno omonimo sul vialone. Le vicende di casa le ricostruisco con Franco Nencini, figlio di Tito, nipote di Carlo. Franco è anch’egli avvocato. I due fratelli vivevano e vissero vite parallele, che s’incontrarono mai. O poco. Fatto è che Tito, anch’egli un bell’uomo di pasta forte, assieme ai fratelli Paolini era uno dei principi del foro lucchese. Carlo, invece, aveva frequentato l’alberghiero, bighellonava coi coetanei tra il bar “Engel”, il bar “Manetti”, il bar “Roma” perché era amicissimo di Enrico Casini, l’Enrico che sarebbe divenuto il genio delle feste della canzonetta, l’erede proletario di Egisto Malfatti.
Ma che sapeva fare Carlo? Sapeva disegnare. Gli era venuta presto la passione, disegnava su ogni foglietto, sui fogliacci, sui taccuini, disegnava figure apocalittiche, figure becere, figure angeliche ed altre demoniache, a seconda del vento. Disegnava senza staccare mai la matita, con un gesto unico e unificante. Era come una magia, una incisione lunga, prolungata, coinvolgente. E Dora, la mamma, che lo guardava restava a bocca aperta e lo incitava e gli diceva che era bello come un attore del cinema, che era un artista, che avrebbe dovuto avere un futuro luminoso. Così, come tanti altri, Carlo fece invece il bagnino. Era robusto, era forte, era anche un po’ schizofrenico, a volte gli capitava di fare a cazzotti. Un giorno da “Manetti” se la prese con “Beppone” Biancalana, figlio di Inaco, disse che l’aveva guardato storto. Dalla parole ai fatti. I due, sospinti da un gruppo vociante di curiosi, fecero ring al “Nettuno” ma poi li divisero e fecero pace.
Carlo andò a Londra. A Londra c’era andato anche Lino Mannocci, che sarebbe divenuto un incisore sublime ed avrebbe perfino lavorato con Lucien Freud. Carlo non ebbe fortuna. Fece la fame nera. Dimagrì, s’ammalò. Ma a Londra ebbe modo di vedere parecchi lavori di fumettisti e s’impadronì della tecnica. Quando tornò a Viareggio i disegni divennero i suoi racconti, mirabolanti, di eccezionale spontaneità. Parevano di Diego Rivera. Giuseppe, il babbo, veniva spesso al giornale e li mostrava ma l’arte viareggina del tempo andava in altre direzioni. C’erano Santini, c’era Marcucci, c’era il realismo, c’erano quadri con cartate di pesci, marine, piazzette sciroccose. A nessuno interessavano i fumetti, quelli che adesso portano Lucca nel mondo e si chiamano “comics”.
Nencini prese lavoro alla bottega di Giovannone Raffaelli in Darsena. Giovannone, artista anche lui insolito e babelico, lo invitò a Roma perché lui, che faceva anche il massaggiatore, era divenuto il più richiesto dalle dive e divi del teatro: da Romolo Valli a Claudia Cardinale, da Franca Valeri a Walter Chiari a Carlo Giuffré a Rossella Falck.
In questo periodo romano Carlo prese anche a dipingere. Faceva figure allucinate, città aggrumate di spettri, sapeva accostare colori azzardatissimi. Andava a mostrarli a questa o quella galleria ma ricevette solo rifiuti. Allora Raffaelli lo presentò ad Anna Magnani che necessitava di un uomo di casa, soprattutto per la villa che aveva al mare. Carlo vi andò con entusiasmo, ma in quel villone c’era anche cameriere, cuoche, ragazze piacenti e Carlo smaniò troppo sicché la Magnani lo licenziò.
Tornato a Viareggio si accasò con Tea che aveva già una figlia. E divenne maschera al Supercinema. Però di quadri ne aveva già tanti, alcuni fantastici, alcuni strepitosi ma personalissimi. Per i disegni io, grazie a Mario Francesconi, gli feci fare una mostra a Forte dei Marmi nella galleria della marchesa Ines Mauri (dei Mauri delle “Messaggerie”) che era gestita da Dino La Bianca e da Aldo Ordavo. La mostra ebbe un discreto successo. Carlo si rinfrancò. E subito dopo la scoprì Antonella Serafini, critico attento e scrittrice competentissima. Lei, assieme a Giorgio Polleschi, l’architetto che tanto ha prodotto per la bellezza liberty di Viareggio, gli avrebbero poi fatto una mostra molto ampia alla circoscrizione “Viareggio Nuova” nel ’98. Ma nel tempo si limitarono a proteggerlo, a consigliarlo. Mentre la sua mente ormai già partiva nelle paranoie.
Scrive la Serafini: «Nencini fu testimone e profeta allo stesso tempo, stupefatto ed incompreso, dei forti mutamenti che avvennero nella società italiana degli anni ’60-70 dei quali aveva già conosciuto e intravisto le conseguenze a Londra». Così «la rappresentazione caricaturale dei luoghi e dei personaggi è pervasa da una satira in cui il gusto dell’orrido scandalistico ed esorcizzante allo stesso tempo lentamente lascia il campo ad una deformazione surreale dove l’aspetto fisico delle persone come delle cose diviene manifestazione di un orrore interiore sempre meno grottesco e sempre più tragico».
Un bel giorno dell’84 Carlo Nencini stivò la sua modesta utilitaria di quadri dispiaciuti, passò a salutare gli amici al bar Roma, l’attore Sandro Mallegni, all’edicola cartoleria “Matraia”, Giovanni Raffaelli in bottega, si diresse a Pisa canticchiando una canzone dei “Beatles”. Salì sulla torre immacolata e si lasciò cadere di sotto. Aveva poco più di quarant’anni.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Carlo Nencini era figlio di Giuseppe, un bidello del liceo “Carducci”, più che un bidello un’istituzione cara ai professori, cara ai ragazzi coi quali spesso merendava, andava in gita, li accompagnava a casa per tranquillizzare le famiglie. Ed era figlio di Dora Codecasa, donna rude, lavoratrice, possessiva. Una volta quando dei fascisti (prima della guerra) erano andati a casa per cercare Giuseppe con brutte intenzioni, lei li minacciò col coltello. Non era una che la passava liscia e così allevò i tre figli, Tito, Carlo, Lietta, con carattere e invasività perché le donne di allora consideravano la famiglia una comunità chiusa, protetta, murata, che per entrarvi o uscire dovevi fare autentiche rivoluzioni, coi piatti che volevano qua e là.
La storia di Carlo potrebbe raccontarla bene Elisabetta Salvatori perché ha tutti gli aspetti del teatro drammatico. Carlo era il figlio piccolo, alto, bello, sensibile e turbato. L’altro figlio Tito era stato primo agli studi, divenne avvocato famoso, fu più volte consigliere comunale per il Pci, divenne benestante perché grazie alla moglie Rossella possedeva anche il bagno omonimo sul vialone. Le vicende di casa le ricostruisco con Franco Nencini, figlio di Tito, nipote di Carlo. Franco è anch’egli avvocato. I due fratelli vivevano e vissero vite parallele, che s’incontrarono mai. O poco. Fatto è che Tito, anch’egli un bell’uomo di pasta forte, assieme ai fratelli Paolini era uno dei principi del foro lucchese. Carlo, invece, aveva frequentato l’alberghiero, bighellonava coi coetanei tra il bar “Engel”, il bar “Manetti”, il bar “Roma” perché era amicissimo di Enrico Casini, l’Enrico che sarebbe divenuto il genio delle feste della canzonetta, l’erede proletario di Egisto Malfatti.
Ma che sapeva fare Carlo? Sapeva disegnare. Gli era venuta presto la passione, disegnava su ogni foglietto, sui fogliacci, sui taccuini, disegnava figure apocalittiche, figure becere, figure angeliche ed altre demoniache, a seconda del vento. Disegnava senza staccare mai la matita, con un gesto unico e unificante. Era come una magia, una incisione lunga, prolungata, coinvolgente. E Dora, la mamma, che lo guardava restava a bocca aperta e lo incitava e gli diceva che era bello come un attore del cinema, che era un artista, che avrebbe dovuto avere un futuro luminoso. Così, come tanti altri, Carlo fece invece il bagnino. Era robusto, era forte, era anche un po’ schizofrenico, a volte gli capitava di fare a cazzotti. Un giorno da “Manetti” se la prese con “Beppone” Biancalana, figlio di Inaco, disse che l’aveva guardato storto. Dalla parole ai fatti. I due, sospinti da un gruppo vociante di curiosi, fecero ring al “Nettuno” ma poi li divisero e fecero pace.
Carlo andò a Londra. A Londra c’era andato anche Lino Mannocci, che sarebbe divenuto un incisore sublime ed avrebbe perfino lavorato con Lucien Freud. Carlo non ebbe fortuna. Fece la fame nera. Dimagrì, s’ammalò. Ma a Londra ebbe modo di vedere parecchi lavori di fumettisti e s’impadronì della tecnica. Quando tornò a Viareggio i disegni divennero i suoi racconti, mirabolanti, di eccezionale spontaneità. Parevano di Diego Rivera. Giuseppe, il babbo, veniva spesso al giornale e li mostrava ma l’arte viareggina del tempo andava in altre direzioni. C’erano Santini, c’era Marcucci, c’era il realismo, c’erano quadri con cartate di pesci, marine, piazzette sciroccose. A nessuno interessavano i fumetti, quelli che adesso portano Lucca nel mondo e si chiamano “comics”.
Nencini prese lavoro alla bottega di Giovannone Raffaelli in Darsena. Giovannone, artista anche lui insolito e babelico, lo invitò a Roma perché lui, che faceva anche il massaggiatore, era divenuto il più richiesto dalle dive e divi del teatro: da Romolo Valli a Claudia Cardinale, da Franca Valeri a Walter Chiari a Carlo Giuffré a Rossella Falck.
In questo periodo romano Carlo prese anche a dipingere. Faceva figure allucinate, città aggrumate di spettri, sapeva accostare colori azzardatissimi. Andava a mostrarli a questa o quella galleria ma ricevette solo rifiuti. Allora Raffaelli lo presentò ad Anna Magnani che necessitava di un uomo di casa, soprattutto per la villa che aveva al mare. Carlo vi andò con entusiasmo, ma in quel villone c’era anche cameriere, cuoche, ragazze piacenti e Carlo smaniò troppo sicché la Magnani lo licenziò.
Tornato a Viareggio si accasò con Tea che aveva già una figlia. E divenne maschera al Supercinema. Però di quadri ne aveva già tanti, alcuni fantastici, alcuni strepitosi ma personalissimi. Per i disegni io, grazie a Mario Francesconi, gli feci fare una mostra a Forte dei Marmi nella galleria della marchesa Ines Mauri (dei Mauri delle “Messaggerie”) che era gestita da Dino La Bianca e da Aldo Ordavo. La mostra ebbe un discreto successo. Carlo si rinfrancò. E subito dopo la scoprì Antonella Serafini, critico attento e scrittrice competentissima. Lei, assieme a Giorgio Polleschi, l’architetto che tanto ha prodotto per la bellezza liberty di Viareggio, gli avrebbero poi fatto una mostra molto ampia alla circoscrizione “Viareggio Nuova” nel ’98. Ma nel tempo si limitarono a proteggerlo, a consigliarlo. Mentre la sua mente ormai già partiva nelle paranoie.
Scrive la Serafini: «Nencini fu testimone e profeta allo stesso tempo, stupefatto ed incompreso, dei forti mutamenti che avvennero nella società italiana degli anni ’60-70 dei quali aveva già conosciuto e intravisto le conseguenze a Londra». Così «la rappresentazione caricaturale dei luoghi e dei personaggi è pervasa da una satira in cui il gusto dell’orrido scandalistico ed esorcizzante allo stesso tempo lentamente lascia il campo ad una deformazione surreale dove l’aspetto fisico delle persone come delle cose diviene manifestazione di un orrore interiore sempre meno grottesco e sempre più tragico».
Un bel giorno dell’84 Carlo Nencini stivò la sua modesta utilitaria di quadri dispiaciuti, passò a salutare gli amici al bar Roma, l’attore Sandro Mallegni, all’edicola cartoleria “Matraia”, Giovanni Raffaelli in bottega, si diresse a Pisa canticchiando una canzone dei “Beatles”. Salì sulla torre immacolata e si lasciò cadere di sotto. Aveva poco più di quarant’anni.
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