Sicurezza
Da Pietrasanta all’incantesimo degli Emirati
L’artista che da trent’anni lavora in Versilia protagonista di una grande mostra a Dubai
PIETRASANTA. Da Pietrasanta a Dubai. Dalle nicchie artistiche, per taluni nebulizzate, della Piccola Atene alle eccellenze italiane celate dietro l’opulenza degli Emirati Arabi. Un legame che vede il suo incipit nelle opere di Oliviero Rainaldi, pittore e scultore che nei diversi “altrove” del mondo recita, da anni, il ruolo di protagonista. Il 13 marzo scorso al Parco Sculture del Difc (Dubai international financial center) è andato infatti in scena il vernissage della personale di Rainaldi, artista che dagli anni '90 frequenta Pietrasanta e i suoi laboratori, vivendo a stretto contatto con l’artigiano e con una realtà che ispira, da diversi decenni, un numero crescenti di artisti o aspiranti tali.
“The nature of things” è il titolo della sua mostra: qual è il tema?
«“The nature of things” fu il titolo scelto per una mostra del 2011 che esordì a Roma nei giardini di Villa Aldobrandini e che, successivamente, si trasferì in Cina, poi Malesia, Singapore ed ora a Dubai. Le sculture presentate, allora come adesso, erano ispirate al concetto dell’acqua, attraverso soggetti mitologici e religiosi. Per Dubai ne sono state selezionate alcune».
Quante?
«Per l’esattezza 4, in bronzo: Argonauta, Battesimi Umani 1 e 2 e Caduti».
Perché Dubai?
«Sono approdato negli Emirati lo scorso anno esponendo un grande rilievo in marmo commissionato dalla Maserati per il loro centenario. In questa occasione fui notato dal Difc che, per la prima volta, ha deciso di ospitare nei suoi giardini una serie di artisti il cui esordio è stato affidato a me e Tony Crag».
In questo momento, non proprio splendido sotto diversi punti di vista, cosa rappresenta Dubai per l’ arte e l’artista in genere?
«Un po’ come tutta l’area del middle Est, Dubai è attualmente uno dei centri internazionalmente più attivi nell’arte contemporanea: è superfluo dire che per un artista essere presente è cosa decisamente prestigiosa».
E a proposito di prestigio, come viene considerata l’arte italiana nel mondo?
«Se escludiamo i grandi nomi storici e qualche vivente, la nostra arte è poco considerata, perché altrettanto poco conosciuta. Il motivo? A mio avviso, ciò è dovuto a una tiepida “aggressività” sia delle strutture pubbliche che private: in poche parole, siamo tra i più bravi, ma poco agguerriti».
In queste settimane è protagonista anche di un’altra rassegna, una collettiva d’arte, a Forte dei Marmi: qual è il suo legame con la Versilia?
«Frequento Pietrasanta dai primi anni novanta. E, per materiali e capacità di elaborarli, questo è un luogo che continua ad essere unico al mondo. Un piccolo centro, con un’ottima qualità di vita. E internazionalmente frequentato. Negli anni, il mio rapporto con la Versilia, si è sempre più strutturato e intensificato. Questa collettiva è la mia prima occasione espositiva sul territorio».
A proposito di Pietrasanta, definita la città d’arte per eccellenza, per le sue fonderie e per i suoi laboratori, c'è chi invece la ritiene in declino: il suo pensiero?
«Nonostante i molti, e non sempre al meglio, cambiamenti, ribadisco l’unicità del luogo».
Secondo Oliviero Rainaldi, l'arte, oggi più che ieri, è una filiera economica?
«Da Giotto in poi, il sistema dell’arte occidentale, è strettamente connesso con il sistema mondano. Tuttavia a me sembra che mai come in questo frangente storico la relazione tra le “due sostanze” si sia fortemente sbilanciata a favore della speculazione economica. I più seguono e comprano arte con la stessa metodologia di chi gioca in borsa».
Facciamo un passo indietro: la sua opera romana “Conversazioni”, dedicata alla figura di Papa Wojtyla, anni fa fece molto discutere: a distanza di tempo cosa ricorda di quel periodo e cosa pensa oggi della sua stessa opera?
«L’avventura di “Conversazioni” è stata un’esperienza mondiale unica e rara per un artista. Penso a tutt’oggi ciò che pensavo in quei giorni: opere che non si conformano al gusto e alla mentalità del tempo, sono destinate alla sofferenza poiché necessitano da parte del pubblico di un più lungo tempo di comprensione. La scultura dedicata al Papa polacco, pur non essendo tra le mie opere più riuscite, si propone con una formula anticonvenzionale, sia nella forma che nei contenuti: ai posteri...».
C’è una scultura o una mostra, che più di altre ricorda con particolare piacere?
«Sì, c’è: la scultura “Partenope” da poco installata nella sede della compagnia navale Grimaldi a Napoli».
Dopo Dubai quale sarà il suo prossimo progetto?
«Ho una sola priorità: dedicarmi, se riuscirò, per un paio di settimane a me stesso».
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