Il Tirreno

Versilia

Alpi Apuane, l'allarme dei guardiaparco: i cinghiali si moltiplicano con le battute di caccia

Melania Carnevali
Alpi Apuane, l'allarme dei guardiaparco: i cinghiali si moltiplicano con le battute di caccia

Continuano ad aumentare gli ungulati nelle Apuane, il comandante: «Colpa del tipo di attività venatoria: così le famiglie si disperdono e si riproducono di più»

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Si possono impugnare cento fucili e sparare a altrettanti cinghiali - o caprioli che siano gli animali che creano disagi -, ma se si continuano a fare battute di caccia, se questa non è ben pensata, non solo non produrrà gli effetti desiderati, ma porterà proprio all’effetto opposto: la proliferazione della fauna selvatica. Lo si vede nel parco delle Alpi Apuane, dove arrivano caprioli e cinghiali in fuga dai gruppi di cacciatori e si riproducono, anche giovani, ricreando famiglie su famiglie, che poi di nuovo si sciolgono, per colpa della caccia, e ricreano altre famiglie ancora. Il meccanismo lo spiega il comandante dei Guardiaparco delle Alpi Apuane, Giovanni Speroni, analizzando la situazione del geoparco Unesco, dove tanti piccoli coltivatori hanno chiesto l’autorizzazione all’ente parco di installare i recinti elettrici intorno ai propri orti o campi, per evitare i danni della fauna. «Sono reti che danno delle piccole scosse, non creano nemmeno uno stato confusionale, ma solo un fastidio».

Nell’area parco, dice lui, non si può ancora parlare di emergenza «ma possiamo dire che, ad esempio, i cinghiali stanno aumentando». Nonostante le delibere “libera caccia”. I cacciatori sparano ma i cinghiali aumentano. E lo stesso vale per i caprioli.

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Questo perché, spiega il comandante, il tipo di caccia è sbagliata: la battuta. È un metodo di caccia dove partecipano gruppi di cacciatori: dieci, quindici, venti al massimo. Attraverso l’uso di battitori, la selvaggina viene fatta muovere in direzione dei fucili e, una volta vicini, i cacciatori appostati sparano.
Ora, prendiamo ad esempio i cinghiali. Loro si muovono a gruppi, dove c’è un maschio dominante, una femmina dominante e i piccoli che, per uno o due anni, non si staccano dalla famiglia e in quel periodo nemmeno si riproducono. Con le battute di caccia, invece, c’è una dispersione, la famiglia si divide e si riproduce un’altra volta. «Non solo si riproduce la femmina dominante - spiega Giovani Speroni - ma anche le femmine giovani che non si sarebbero ancora riprodotte». E così, invece di diminuire, aumentano. Il tipo di caccia non è adatto nemmeno per i caprioli, anche se è più difficile che vengano promosse battute di caccia su di loro. Troppo “teneri”, da abbattere in massa.

Sui cinghiali incombe poi il problema annoso: quello di non essere autoctoni. I cinghiali maremmani pesano al massimo 40 o 50 chili e partoriscono al massimo quattro piccoli. Quelli non autoctoni invece arrivano anche a 100 chili e 11 figli. «Se non fossero stati importati - spiega il comandante - questo problema nemmeno ci sarebbe: sarebbero tonnellate e tonnellate di fauna in meno nei nostri boschi». Meno orti mangiati, meno sentieri distrutti e, soprattutto, meno bestie abbattute, inutilmente.

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