Il dolore
Viareggio e la tempesta
Il 15 marzo 1911 una tromba marina flagellò la città
di PAOLO FORNACIARI
Il 15 marzo 1911, allora era martedì, una tromba marina si abbatté su Viareggio seminando paura nella popolazione, causando danni e una vittima. Un episodio simile era già successo il 15 aprile 1780, quando Viareggio fu flagellata da una violentisima tempesta, un vero e proprio uragano. Allora, all’alba, le forze della natura si scatenarono quasi a voler distruggere il paese. Il vento prese a soffiare con inaudita violenza scoperchiando tetti, devastando le misere capanne e mettendo in difficoltà le imbarcazioni ormeggiate nel canale. Il cielo irrealmente nero fu illuminato dai lampi di fulmini e saette; il fragore cupo dei tuoni scosse le case come investite da un violento terremoto, mentre una pioggia torrenziale mista a grandine si riversò sul paese. Non si era mai verificato niente di così violento e improvviso. Tutta la popolazione, dopo il primo sgomento, uscì dalle case sfidando il temporale e si riunì nella chiesa della Santissima Annunziata (la chiesa di Sant’Antonio era stata demolita l'anno prima per essere ricostruita più grande) dove i sacerdoti esposero il Santissimo Sacramento e il popolo pregò perché l’uragano finisse.
Dopo tre ore la tempesta cessò e improvvisa tornò la calma. Nonostante la furia degli elementi, i danni furono contenuti e si registrò una sola vittima, il cannoniere Luigi Pallavicini che si trovava a un finestrone della Torre Matilde e che, forse per lo spostamento d'aria causato dal vento o da un fulmine, cadde all'interno e morì sul colpo. Inoltre un fulmine si schiantò vicino al deposito delle polveri da sparo che miracolosamente non esplosero. Alla fine la popolazione attribuì lo scampato pericolo a un miracolo, all’effetto delle preghiere, all’intercessione divina.
Il giorno dopo, il Parlamento della Comunità riunito in seduta straordinaria, affinché il ricordo del drammatico avvenimento e del suo miracoloso epilogo fosse ricordato, istituì il “Voto di Comune”, divenuto nel tempo una tradizione che testimonia un momento della storia di Viareggio e della fede della sua gente, cioè deliberò che, da allora, il 15 aprile di ogni anno «si faccia celebrare una Messa Cantata e numero sei piane Messe…».
Ma torniamo al 15 marzo 1911; durante la notte un improvviso mutamento delle condizioni meteorologiche aveva fatto registrare un repentino calo della temperatura. Alle prime luci dell’alba il cielo, coperto da una coltre di nuvole, era irrealmente buio e tenebroso. Anche il mare non faceva presagire nulla di buono tanto che nessuna barca aveva steso le vele alla carezza della brezza, rimanendo agli ormeggi nelle darsene. Alle 8,45, i marinai che fissavano il mare che ribolliva furioso, avevano visto formarsi, a circa un chilometro dalla spiaggia, un enorme globo acqueo che «saliva come nebbia modellandosi in forma conica». La massa d’acqua turbinosa, della larghezza di una cinquantina di metri ed impressionantemente alta, che i marinai indicarono come una “punta di nuvolo”, con movimento vorticoso si diresse minacciosa verso la riva, sovraccaricandosi di sabbia. Accompagnata da una violenta grandinata, aggredì la zona delle darsene dove rase quasi al suolo alcune abitazioni, peraltro senza sfiorare i numerosi velieri ormeggiati, per poi proseguire la sua corsa distruttiva causando ingenti danni, numerosi feriti e anche un morto. La tromba marina scaricò la sua furia devastatrice in poco tempo, lasciando i segni di distruzione che testimoniavano il suo percorso per le vie della città.
Il bilancio finale del passaggio della tromba marina fu così riassunto:
«Fortunatamente le vittime si riducono ad un solo operaio, Del Torrione Cesare, lavorante alla fabbrica Guarnieri il quale fu colpito alla testa dalla caduta di una trave. Il numero dei feriti è impossibile stabilire giacché i più si sono curati nelle proprie case in città o hanno fatto ritorno ai loro paesi. Nei luoghi di cura pubblica si è avuto il passaggio di settanta feriti di una certa gravità ma con esclusione di pericolo».
Esaurita l'energia distruttiva, la tromba marina si dissolse, improvvisamente come si era formata. La città si rese subito conto, dopo aver constatato la reale entità dei danni patiti, che l'eccezionale fenomeno avrebbe potuto avere ben più gravi conseguenze.
La fama che godeva Viareggio come centro turistico e mondano, frequentato dalla nobiltà e dalla ricca borghesia non solo italiana, fece sì che la notizia del disgraziato evento interessasse la stampa nazionale ed estera. Fu così che la città, dopo la furia della tromba marina si trovò, quasi incredula ed impotente, a dover affrontare un vortice di parole, di esagerazioni e anche di "veleni" che apparvero un po' su tutti i giornali.
Che il disgraziato evento avrebbe avuto una straordinaria risonanza negativa per Viareggio fu subito palese, tanto che nello stesso giorno la Giunta municipale, «venuta a conoscenza delle voci tendenziose ed esagerate sparse dai giornali sui danni arrecati dalla tromba marina, ritenuto che tali notizie potrebbero arrecare danno alla città come stazione balneare e climatica», decise di iniziare una «rigorosa inchiesta» per individuare chi avesse amplificato gli effetti delle ferite patite dalla città. Come temuto tutti i giornali riportarono con grande evidenza le notizie della tromba marina. Fra le testate nazionali che si interessarono dei fatti di Viareggio ricordiamo: La Tribuna, Il Nuovo Giornale, La Settimana Illustrata, La Domenica del Corriere, Il Corriere della Sera, La Tribuna Illustrata. I titoli, a caratteri cubitali, furono generalmente catastrofici: “Una tromba marina terrorizza Viareggio”, “Viareggio devastata da una tromba marina”, “Un ciclone devastatore a Viareggio”, “Una tromba marina a Viareggio”, “Il ciclone di ieri a Viareggio”, “Viareggio devastata da una spaventevole tromba marina”. Anche la stampa francese diede spazio alla notizia, e i giornali Supplément Illustré du Petit Parisien e Derniere Heure titolarono: “Une trombe marine sur la cote italienne” e “Une ville ravagée en Toscane”.
I giornali, che andarono ovunque a ruba, scrissero di Viareggio come di una città quasi rasa al suolo, descrivendo scenari di macerie di disperazione e di morte. Una pioggia di telegrammi invase il gabinetto del sindaco, da ogni parte si chiedevano notizie: chi voleva informazioni sulla propria casa, chi sulla sorte di parenti o amici che si trovavano a Viareggio in villeggiatura. I marinai viareggini dai porti sparsi in tutti i mari del mondo, con ansia, cercavano di assicurarsi che nulla fosse capitato alle loro famiglie.
La città, travolta dall'inaudita violenza di tale campagna stampa, che rischiava di compromettere la stagione estiva ormai alle porte, cercò immediatamente di reagire. Il sindaco Cesare Riccioni inviò all'agenzia giornalistica Stefani il telegramma: «La tromba marina, formatasi in Darsena nuova e discioltasi nei pressi della Cinta Daziaria a Porta Pietrasanta, ha prodotto veramente grande panico nella cittadinanza, qualche scoperchiamento di tetti, il crollo di due o tre malferme baracche e danni non di grande entità allo stabilimento di marmi Guarnieri, dove rimasero feriti leggermente alcuni operai e ucciso uno. Smentisco in modo assoluto le notizie esagerate di una devastazione della città».
Purtroppo non si trattava solo di smentire notizie che avevano ingigantito gli effetti della tromba marina, ma soprattutto di salvaguardare l'immagine di Viareggio, della bellezza della sua spiaggia sulla quale la città aveva costruito la fama di regina dell'estate, che veniva invece ora descritta come una “terra del diavolo”.
Per concludere segnaliamo come molti giornali passarono dalla cronaca di un luttuoso evento, che con superficialità era stato amplificato, alla cronaca rosa: «Abbiamo raccontato l'avvenimento che oggi ha perturbato così violentemente la vita cittadina di Viareggio. Ma nulla di spaventoso. Domani nelle vie di Viareggio, nelle sue bianche case e sull’aiuole dense di fiori profumati risplenderà nuovamente il sole. E domani ancora la sua spiaggia deliziosa pullulerà di signore e di bambini che a queste aure miracolose verranno a cercare la salute e la pace».
Insomma, sul caso della tromba marina, sulla carta stampata le parole si combinarono, veloci e imprevedibili, come le spire della tromba marina, arrecando, forse, anche maggiori danni.
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