Il Tirreno

Versilia

Carnevale di Viareggio

Ecco i “pendolari della cartapesta”

di Simone Pierotti
Ecco i “pendolari della cartapesta”

Vengono da lontano (Cecina, Livorno, Pontecorvo) ed hanno un sogno: diventare carristi

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di Simone Pierotti

VIAREGGIO

Vengono da città diverse, ognuna col proprio dialetto, eppure tutti e tre usano la stessa parola per raccontare quello che stanno vivendo: "sogno". Pierfrancesco Giunti, Rodolfo Mazzone e Pietro Pulcini sono i "forestieri" in gara tra le maschere isolate. Tre storie personali differenti ma con un elemento di condivisione: l'amore per il Carnevale.

Burlamacco era nel destino del livornese Pierfrancesco Giunti, nato il 25 febbraio 1973 mentre a Viareggio si celebrava il secondo corso dell'anno del centenario: «Quel giorno nevicò e sono più che convinto che il vento abbia portato qualche coriandolo verso Livorno», dice con il suo inconfondibile accento. «Nel 1992, finita la maturità, ho preso un treno per Viareggio e ho percorso tutta la via Mazzini fino ai viali a mare: 'Ma allora è qui che sfilano i carri!', mi son detto. Sentii che dovevo venire a vederlo».

L'anno seguente è quello buono: «Venni al terzo corso: da quel momento non ho più lasciato il Carnevale». Che Pierfrancesco ha vissuto e continua a vivere in vesti diverse: «Sono stato una maschera sui carri di Massimo Breschi e poi sono entrato a far parte del movimento dei Carnevalari. Poi mi sono iscritto alla scuola della cartapesta: l'ho fatto per cultura personale, mai avrei pensato di presentare un bozzetto e di essere ammesso». E invece... «Quando me l'hanno comunicato sono sbiancato: in quei giorni ero a Venezia, non facevo altro che fissare il soffitto della mia camera».

Qualche chilometro più a sud troviamo Rodolfo Mazzone, cecinese di nascita trasferitosi a Piombino: laureato in archeologia medievale, insegna alle scuole medie. Eppure da dieci anni è tra i protagonisti delle maschere isolate: «Quella dedicata a Trump sarà l'ottava che porto sui viali a mare», precisa Rodolfo, per tutti semplicemente Rudy. «Anche a Cecina abbiamo il Carnevale e da ragazzo passavo in bicicletta davanti ai capannoni dove costruiscono i carri e andavo a curiosare. Un giorno un costruttore mi chiamò: 'Vieni bimbo!'. Entrai: è stata la scintilla che ha fatto nascere il mio amore per i mascheroni».

Quel 'bimbo', piano piano, cresce e si mette in luce nell'associazione Targa Cecina. E l'incontro con Viareggio è curiosamente legato alla rabbia per una mancata vittoria: «Arrivai secondo e fra i giurati c'era Emilio Cinquini, al quale chiesi un confronto: lui m'invitò nel suo hangar e, come una spugna, ho cercato di apprendere tutto quello che faceva. E poi mi sono visto accettare finalmente il mio bozzetto per le maschere isolate». Un sogno che costa tempo e fatica: «Ogni corso faccio andata e ritorno da Cecina con la mia maschera al seguito. Ma non mi pesa affatto».

Nessuno, però, batte per abnegazione Pietro Pulcini: lui vive a Pontecorvo, in provincia di Frosinone, a quasi 500 chilometri da Viareggio. «Mio padre faceva il carpentiere per un carrista del nostro Carnevale», racconta Pietro, 36 anni, sposato e padre di una bambina. «A 7-8 anni volevo entrare a far parte di quel mondo, ma lui diceva che ero troppo piccolo. Vicino a casa di mia nonna, però, c'era l'hangar di due storici carristi: uscivo con la scusa di andare a giocare a pallone con gli amici e in realtà andavo a trovare loro, che mi misero in mano un pennello e mi fecero impastare la carta con la colla. A 13 anni, invece, ho realizzato il mio primo carro e successivamente mi sono legato ai fratelli Rosati, una famiglia storica del Carnevale di Pontecorvo, con cui ho vinto per parecchi anni di fila». E l'incontro con Viareggio? «Sono sempre venuto tutti gli anni fino a quando, nel 2015, mi sono iscritto alla scuola della cartapesta: ogni sabato prendevo il treno, ho fatto più ore di viaggio che di corso. Eppure ne è valsa la pena. Ho presentato il bozzetto, sicuro che non l'avrebbero accettato: quando mi hanno telefonato non potevo crederci: stavo realizzando un sogno».

Pietro fa il pendolare ogni weekend - la sua maschera, invece, è al sicuro alla Cittadella - ma per il Carnevale questo e altro: «Qui mi sento come a casa». Benvenuti, ragazzi.

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