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L’infinita attesa: 35 ore con la madre nella “tonnara”
VIAREGGIO. Alle 15 di ieri la madre di Simonetta Bruciati era nella “tonnara” da trentacinque ore: «Ci sono ventisette persone che attendono, come noi, un ricovero». La signora, 88 anni, ha accusato...
VIAREGGIO. Alle 15 di ieri la madre di Simonetta Bruciati era nella “tonnara” da trentacinque ore: «Ci sono ventisette persone che attendono, come noi, un ricovero». La signora, 88 anni, ha accusato uno dei disturbi respiratori che in questi giorni - come conferma il primario del Pronto soccorso, Giuseppe Pepe, stanno aggredendo soprattutto le persone con più di ottanta anni di età. «La dovrebbero trasferire in medicina - racconta la figlia - ma non si sa a chi toccherà».
Intanto, però, sia la paziente che i suoi parenti sono costretti alla convivenza nello stanzone dei ricoveri del Pronto soccorso: «Una paziente si è tolta la flebo - prosegue la testimonianza - e c’era sangue ovunque». Le parole sono quelle di chi da ore sta trepidando per la sorte di un familiare, in un quadro di Pronto soccorso in emergenza per l’ondata di patologie respiratorie che sembra aver riunito tutti gli anziani della Versilia nel reparto dell’emergenza dell’ospedale Versilia. «Non si sa neppure con chi parlare...», è l’amarezza di Bruciati.
Perché in Pronto soccorso il personale lavora senza sosta, pressato dalle mille esigenze dei pazienti e dei loro familiari, in mezzo ai codici rossi che certo l’emergenza invernale non ferma, ed in quadro generale che vede i reparti del Versilia fare fatica ad accogliere i pazienti non programmati, come quelli che passano dal Pronto soccorso, più per assenza di personale che per scarsità di letti.
Non è poi così diversa da quella di Simonetta Bruciati e di sua madre l’esperienza vissuta da una famiglia camaiorese con un anziano che ha dovuto attendere quasi 24 ore prima del ricovero nel reparto per la patologia accusato che l’ha portato in Pronto soccorso, ad inizio anno, in codice giallo. Codice ce indica la gravità più alta prima del pericolo per la vita indicato dal codice rosso. L’odissea, in questo caso, inizia già in ambulanza: «Il paziente - così il racconto - era quasi privo di conoscenza, ma il defibrillatore non era a bordo e quando poi è arrivato era scarico».
I parenti del paziente hanno ascoltato un dialogo concitato sulla questione tra gli operatori in servizio a bordo del mezzo di soccorso che li ha ancora più agitati, come inevitabile.
Il Pronto soccorso, all’arrivo in ospedale, appariva già in emergenza. «C’era tanta gente fuori e tanta dentro. Allo sportello dell’accettazione (triage, ndr), però, un solo addetto. Il quale deve fare tutto: l’accoglienza del paziente per quanto riguarda la parte burocratica, ma anche rispondere a chi arriva di nuovo ed ai parenti».
Quando poi il malato accede all’interno del reparto dell’emergenza «abbiamo incontrato - prosegue la testimonianza - tre medici diversi. I quali ci hanno chiesto di ripetere tutto da capo. Non abbiamo capito se per verificare la verità di quanto esponevamo, o se proprio perché tra di loro non si parlano».
Nella stanza che si è guadagnata il soprannome di “tonnara” «c’erano persone un po’ ovunque. Finisce che stai uno sopra l’altro ed i virus circolano. Il nostro parente quando poi è approdato in reparto aveva la febbre. E non sappiamo se perché la “covava” al momento dell’ingresso in Pronto soccorso oppure se è dovuta ad un virus che ha preso lì».
Un paio di mesi fa l’esperienza analoga si era ripetuta, per la stessa famiglia, con una parente ultranovantenne che nella “tonnara” aveva trascorso 24 ore piene prima di essere sottoposta ad un intervento chirurgico di urgenza.
Tra gli elementi che vengono messi in evidenza per i miglioramenti necessari, anche una maggiore informazione: «In Pronto soccorso passano solo il tè. Non tutti sanno che i pazienti ritenuti in grado di mangiare possono ricevere il cibo dai familiari, perché non viene spiegato». Così accade che solo i familiari dei pazienti che purtroppo hanno maggiore necessità di ricoveri diventano “esperti” della sopravvivenza in Pronto soccorso. «Tra l’altro - così si conclude la testimonianza - ci viene detto che si può entrare ogni due ore. Ma non è vero, perché per entrare il parente deve essere chiamato. E se ci sono troppi pazienti all’interno l’accesso ai familiari è consentito solo se e quando c’è la necessità di incontrare il medico». E può anche accadere che il paziente, intanto, venga trasferito in reparto mentre i familiari ancora attendono notizie nella sala d’aspetto del Pronto soccorso.
Donatella Francesconi
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