Il Tirreno

Versilia

Al Tabarracci l’ultima visita del dottor Pizzi

di Claudio Vecoli

Dopo 35 anni di attività domani va in pensione Il fondatore del Centro di medicina sportiva

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VIAREGGIO. Ha dedicato trentacinque anni della sua brillante carriera alla nascita e alla crescita della medicina dello sport in Versilia. Fondando, agli inizi degli anni Ottanta, uno dei primi centri italiani specializzati in questo settore al Palazzetto dello sport di Viareggio. E sviluppando un servizio pubblico che adesso più che mai vanta numeri importanti. Da domani, però, il dottor Angelo Pizzi andrà in pensione e cederà ad altri il compito di portare avanti il suo prezioso lavoro. Lasciando in eredità una struttura che si è fatta un nome anche al di fuori della Versilia e che ha saputo creare un dialogo importante sia con le società sportive che con tutti coloro che praticano sport anche a livello amatoriale.

Gli esordi alla Misericordia. Un'avventura quasi pionieristica, quella di cui è stato protagonista Angelo Pizzi. E che nasce a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, quando fonda il centro di medicina dello sport in alcuni ambulatori messi a disposizione dalla Misericordia di Viareggio. «Mi ero laureato in quegli anni - racconta Pizzi, classe 1953 - specializzandomi in medicina dello sport, un ramo della medicina nato proprio in quel periodo. Con me, nelle tre stanze ricavate negli spazi che ci vennero concessi dalla Misericordia, un compagno eccezionale come il dottor Marco Ambrogi, con cui ho condiviso gran parte del mio percorso professionale e senza il quale questa scommessa probabilmente non sarebbe stata vinta». Sono anni in cui la medicina dello sport è davvero agli esordi. Ma cresce con grande vitalità. «Merito anche - ricorda Pizzi - dell'obbligo del certificato medico-sportivo che viene introdotto nel 1982. E' un passaggio normativo importante perché contribuisce a sensibilizzare tutti coloro che fanno sport in Italia ad una maggiore attenzione alle proprie condizioni fisiche». Insomma, dal tennista al calciatore amatoriale, chi pratica una disciplina sportiva lo può fare solo se non ci sono problemi fisici che lo impediscano. E a maggior ragione il principio è valido per i ragazzi che si avvicinano per la prima volta al mondo dello sport. Un concetto oggi ormai fortunatamente assodato, ma all'epoca tutt'altro che scontato.

Il trasferimento al Palasport. La crescita della medicina dello sport implica un aumento della mole di lavoro. Il centro si rivela ben presto troppo piccolo per le rinnovate esigenze di quegli anni. Tanto da costringere Pizzi a cercare una nuova sede. «Di fronte a queste esigenze - prosegue Pizzi - decidemmo di spostarci al Palazzetto dello sport di via Salvadori in Darsena. Una scelta non solo logistica, legata al bisogno di spazi più grandi. Ma anche una scelta in qualche modo filosofica, visto che ci spostavamo in quella che era considerata una sorta di "casa dello sport». E la scelta, resa possibile anche dal contributo della Federazione medico-sportiva, si rivelò vincente».

Quelli successivi allo spostamento al Palasport sono anni di crescita per il centro di medicina dello sport. Ma anche di potenziamento del servizio e di investimenti importanti. «Partiti con pochi macchinari indispensabili - ricorda ancora Pizzi - decidemmo negli anni di investire nell'acquisto di strumentazioni che all'epoca erano all'avanguardia. Ci dotammo di ecocardiografi e altre apparecchiature che potevano permettersi solo le strutture ospedaliere e pochi altri centri all'avanguardia. Ma questo ci permise di garantire controlli diagnostici di elevata qualità».

Sotto l'ala del pubblico. Il passaggio successivo è quello che vede il servizio di medicina dello sport trasformarsi in un servizio pubblico sotto l'ala dell'allora Usl Versilia. «Nel frattempo io sono entrato a lavorare in ospedale mentre Marco Ambrogi è diventato medico di base. Ed è così che, grazie anche alla sensibilità dimostrata da alcuni direttori generali come Pallini prima e Sassoli poi abbiamo aperto un centro pubblico all'ex ospedale Tabarracci. Prima nell'edificio che adesso ospita la residenza sanitaria per anziani e poi, dal 2009, negli spazi più vicini alla Pineta che tutt'ora ci ospitano. Fra il 2003 e il 2005, fra l'altro, ho avuto la possibilità di lavorare anche fuori Versilia, con esperienze importanti a Cecina, Grosseto e Parma».

Non solo certificati. Oggi il centro di medicina dello sport vanta numeri importanti. Nel 2015 ha effettuato 5.300 visite di idoneità sportiva fra agonistiche e non agonistiche. «Ma il rischio - spiega amaro Pizzi - è che questo servizio sia valutato esclusivamente per il numero di certificati che vengono stilati, guardando solo e soltanto ai numeri. E invece bisognerebbe puntare innanzitutto alla qualità del servizio. Per esempio, pur non senza difficoltà legate all'organico ridotto, attualmente riusciamo a garantire delle visite mediche che vanno ad indagare in modo più approfondito eventuali problemi personali e familiari alcune volte sottaciuti o non adeguamente considerati. Spero perciò che, nell'ansia di aumentare il numero delle visite, il centro non perda di qualità e non si trasformi in un "certificatificio". Tradendo lo spirito che ha sempre animato questo servizio fin dalla sua nascita».

Una deriva che in qualche modo rischia di essere avallata anche da una parte dell'utenza. «In molti, per ottenere il certificato di idoneità medico-sportiva - rivela Pizzi - puntano ad andare dove si fa prima, dove si creano meno problemi e dove si spende di meno. Ma questo rischia di portare a controlli sempre più superficiali e dunque sempre meno efficaci. Mentre in ballo voglio ricordare che c'è prima di tutto la salute delle persone».

E ora arbitri e studenti. Con il nuovo anno per Angelo Pizzi si apre ora una vita nuova. Ma che non sarà quella del pensionato. «Diciamo che adesso tornerò finalmente padrone del mio tempo. Continuerò la mia attività di professore di scienze motorie all'Università di Pisa così come, all'interno della Federazione italiana gioco calcio, resterò responsabile del modulo biomedico dei 35mila arbitri italiani. Se l'Asl me lo chiederà, sono pronto a dare ancora il mio contributo all'azienda perché sono stato e resto un uomo delle istituzioni e delle regole. Di certo non mi vedo su una panchina ai giardinetti, anche se mi ritaglierò un po' più di spazio anche per me».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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