Le iniettano l’epatite C, risarcita dopo 43 anni
Scopre di avere la malattia per colpa di una trasfusione dopo il parto in ospedale Alla fine di una lunga battaglia il tribunale le riconosce 200.000 euro di danni
VIAREGGIO. Le hanno iniettato sangue infetto con il virus dell’epatite C. Condannandola per sempre. Perché questa malattia può essere mortale. Ma soprattutto è subdola: dopo l’infezione sono pochi quelli che riescono a superarla definitivamente, la stragrande maggioranza delle persone non potrà mai guarire. Anche se può accorgersi di avere l’epatite C dopo anni. Nel suo caso, ne erano passati più di trenta da quella trasfusione di sangue maledetta. Fatta in ospedale per complicazioni avvenute dopo il parto. Una storia tremenda, ma con un colpo di scena finale: perché la donna versiliese vittima di questo episodio di malasanità è riuscita ad avere ragione dopo una lunga battaglia legale. Iniziata dopo la scoperta delle malattia, nel 2007. Una battaglia che ha portato il tribunale a riconoscerle un risarcimento di 135.000 euro, oltre a un indennizzo che le era già stato assegnato in precedenza dal sistema sanitario. Duecentomila euro in tutto. Anche se il ministero della Salute, coinvolto direttamente in questa vicenda, ha già fatto appello. E al momento non ha ancora pagato. Tant’è vero che la donna ha presentato richiesta di pignoramento contro lo stesso ministero.
Dramma dopo il parto. Siamo nel 1973. La donna è incinta e va a partorire in un ospedale della Versilia, di cui non facciamo il nome - così come non citiamo il nome della donna - per tutelare la privacy della persona protagonista di questa vicenda e della sua famiglia. L’ospedale unico di Lido, d’altronde, non esiste nemmeno nei progetti. Il parto avviene senza conseguenze per la neonata, che sta bene: ma i medici riscontrano che la mamma ha bisogno di sangue. E le fanno una trasfusione. Non è chiaro quante siano state le sacche usate dal personale sanitario. L’unica cosa certa è che il sangue è infetto. Ma questo la donna non lo sa, né lo sa chi la cura.
La scoperta della malattia. Soltanto anni dopo la donna comincia a sentire i sintomi di quello che pare un malessere comune. Fatica e stanchezza, soprattutto, causati dalla cosiddetta astenia. Che però è sempre sintomo di qualcos’altro. E nel 2007, in seguito ad analisi specifiche prescritte dal medico, arriva la diagnosi: la donna è affetta da epatite C.
L’inizio del contenzioso. Nel 2009 la donna, tramite il suo avvocato Luca Giusti, fa richiesta di indennizzo all’Asl Versilia. L’azienda sanitaria coinvolge la commissione medica militare di La Spezia, dove la paziente viene visitata l’anno successivo. Gli esami confermano che l’infezione è avvenuta in seguito alla trasfusione. A quel punto l’Asl e il ministero danno il via all’indennizzo, di circa 75.000 euro, previsto da una legge del 1992 che riguarda le vittime delle trasfusioni di sangue infetto. Ma l’avvocato Giusti e la sua assistita vogliono coinvolgere il ministero. E provarne la responsabilità per non aver saputo proteggere la paziente dai rischi per la sua salute. Chiedendo, a quel punto, un risarcimento danni in aggiunta all’indennizzo. Così, nel 2011, viene promossa la causa civile contro il ministero della Salute nel tribunale di Firenze, che è la sede competente per questo tipo di procedimenti: a difendere il ministero, infatti, dev’essere l’Avvocatura generale dello Stato che ha sede solo nei capoluoghi regionali.
La sentenza del tribunale. L’Avvocatura generale chiede di rigettare la domanda perché sostiene che all’epoca, e cioè negli anni Settanta, non si conosceva a dovere il virus dell’epatite C. E quindi non si potevano prevedere le forme in cui si diffonde. E dopo cinque anni - i tempi della giustizia civile sono lunghi - arriva il verdetto del giudice del tribunale fiorentino Liliana Anselmo. Che accoglie la richiesta di risarcimento, sulla base del fatto che in realtà c’erano già all’epoca informazioni sufficienti a far scattare i livelli di guardia. Senza contare che compito del ministero è controllare la raccolta e distribuzione del sangue, e verificarne la qualità e la provenienza. Secondo il giudice, il caso in esame ha mostrato che all’epoca la raccolta di prodotto di qualità dubbia era diffusa e tollerata. Soddisfatto l’avvocato Giusti: «Una sentenza importante per come è arrivata e per il contenuto. Ringrazio il dottor Umberto Ferro che ha svolto per noi una consulenza preziosa».
@matteotuccini
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