Sicurezza
La difesa di Rfi: la strage è stata un caso
In aula l’avvocato difensore dell’ex amministratore delegato Michele Mario Elia succeduto a Moretti in Fs
VIAREGGIO. Michele Mario Elia, ex amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana (Rfi) poi succeduto a Mauro Moretti alla guida di Ferrovie per un breve periodo è «uno dei padri delle moderne ferrovie italiane». Sono le parole dell’arringa del professor Alfonso Maria Stile, difensore di Elia - per il quale i pubblici ministeri Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino hanno richiesto 15 anni di carcere - e di Rfi quale responsabile civile.
«Elia quello che poteva fare l'ha fatto senza avere poteri divinatori che nessuno ha», argomenta l’avvocato Stile che va giù pesante nei confronti del lavoro della Procura di Lucca: «I pm hanno osato chiedere non solo la condanna, ma una pena spropositata. È la stessa pena chiesta per il comandante Schettino nella tragedia della Concordia. Ma si rendono conto o no di cosa significa comparare l'inchino, la fuga con quanto accaduto a Viareggio?». E nel concludere la propria arringa, se il suo assistito non ha «poteri divinatori», l’avvocato Stile sembra invece convinto di averli quando dichiara - rivolto al Collegio giudicante - «non è un problema della pena che certamente qua non sarà applicata».
Nell’aula del Polo fieristico di Lucca, dove da tre anni si va celebrando il processo al disastro ferroviario del 29 giugno 2009, 32 morti, i lutti, gli ustionati sopravvissuti che faranno i conti con le ferite per tutta la vita, si è spesso ascoltato il prevalere delle ragioni economiche su quelle della sicurezza. Non è un tema che attraversa solo Ferrovie: ne è impregnato tutto il dibattito europeo in materia di traffico ferroviario, provvedimento dopo provvedimento. Nell’arringa dell’avvocato Stile, ieri, il tema è tornato con forza: «Abbassare la velocità dei treni che trasportano merci pericolose? Provocherebbe un ritardo enorme se lo si facesse in ogni stazione e conseguenze sotto il profilo economico».
Ma a Viareggio, dopo il disastro ferroviario lo si è fatto, con un provvedimento voluto dallo stesso Mauro Moretti, all’epoca ad di Ferrovie: «Non si può pensare a provvedimenti di riduzione velocità come è avvenuto a Viareggio per una sorta di omaggio alle vittime. Ma non in tutte le stazioni da Trecate a Gricignano. La velocità di per sè, con l'infrastruttura in regola e con il treno in regola, non genera alcun pericolo. Tanto che la maggior parte degli svii in Italia e all'estero sono stati causati a 10 chilometri l’ora». Basta un “clic” in Rete per renedersi conto che perfino il deragliamento sulla Circumvesuviana (2010) era dovuto alla velocità. Ma Stile va avanti per la propria strada con un passaggio inquietante che fa trapelare come Ferrovie avessero ben presente la pericolosità del trasporto di Gpl: «Ridurre la velocità comporta il cambiamento della traccia oraria e questo avrebbe fatto sì che l’attraversamento di Roma, alla periferia, sarebbe avvenuto tra le 5 e le 7 del mattino, quando ci sono tutti i treni dei pendolari». L’ultima stoccata è per il Governo, o meglio i Governi: «Il problema della velocità è un problema essenzialmente politico. Non ci sono dubbi a questo riguardo. Non si può bloccare il trasporto di merci pericolose. Esso comporta un rischio, il livello di rischio accettabile deve essere determinato dalla collettività e dalla sua parte politica».
L’avvocato Ennio Amodio. In campo per difendere Francsco Favo, responsabile di quel Cesifer che non esiste più, il professor Amodio (già legale di Silvio Berlusconi) ha dimostrato uno stile decisamente diverso dai suoi colleghi nel rapporto con i rappresentanti della pubblica accusa: «La loro discussione - così si è espresso Amodio - ha soddisfatto la massima antica per la quale quando il pm veglia i cittadini dormono sonni tranquilli». Ennio Amodio non ha risparmiato le proprie critiche, come dovuto, ma con parole degne di risuonare in un’aula giudiziaria. Rimproverando ai pm Amodeo e Giannino «l’accentuazione della responsabilità di massa come risposta ad una offesa di massa. Una sorta di gigantismo della responsabilità che si accoppia al gigantismo del disastro. Non a caso i pm hanno richiesto condanna di quasi tutti gli imputati».
Ma nel difendere il proprio il professor Amodio ad un certo punto sembra smentire le parole risuonate poco prima come dichiarazioni spontanee dello stesso Francesco Favo. Il quale, parlando del proprio lavoro in Cesifer, ha spiegato: «Cesifer nel 2004 era una struttura che già sapeva che nel 2007 sarebbe arrivata l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria. Ed il lavoro svolto in quei tre anni è stato di fatto certificato dall'Agenzia nel suo primo rapporto sulla sicurezza sul 2007». Ma, sono invece le parole dell’avvocato, «Cesifer non è un centro per la sicurezza. E' solo l’ente per la certificazione». E delle due, l’una.
L’udienza di oggi. Ultimo giorno di arringhe dei difensori degli imputati. Ad occupare la scena sarà l’avvocato Armando D’Apote che rappresenta l’ex ad di Ferrovie, Mauro Moretti. Poi il Collegio (presidente Gerardo Boragine, con i colleghi Nidia Genovese e Valeria Marino, dovrà fissare il calendario delle repliche.
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