Il dolore
Katia Ricciarelli: «Puccini, un amore mai dimenticato»
La cantante lirica madrina dell’inaugurazione del ristorante Ciccarelli: «Ma perché Viareggio non rianima la villa del maestro al Marco Polo?»
di ADOLFO LIPPI
Sugoso bollito misto, anzi Gran Bollito, chiacchiere e proposte per il Pucciniano e il carnevale da Katia Ricciarelli. E ancora bella gente, la “crema” di Viareggio come non si vedeva da anni, un investitore coraggioso e spasimante della riviera, come ce ne vorrebbero: questo ed altro all’hotel Esplanade per un evento gastronomico e culturale che ha illuminato (e ce n’è bisogno estremo) questo tardo autunno versiliese. L’evento c’è stato sabato. Ed ha richiamato e richiama perché quando tanti scappano afflitti dal degrado, meno male qualcuno importante viene ed investe. Nel caso è il notissimo ristorante Ciccarelli di Verona, proprietario e guru Castoni, che apre una sua filiale proprio in piazza Puccini a due passi dalla casa del Maestro. E promette i restare per tanto tempo proponendo una sfida. La sfida si consuma subito. E la scena è l’Esplanade di Beatrice Taccola, imprenditrice pisana, bionda, leggera, solare, mamma di due bambini splendidi, Pietro e Lorenzo, vive a Firenze ma scende quasi ogni giorno e domina il turismo e il carnevale (è presidente del Consiglio di indirizzo), perché sinceramente crede nelle possibilità di Viareggio. E non è sola.
Così ha convinto Renato Castioni, quello del Ciccarelli (a Verona da 150 anni), a trasferirsi nel salmastro. E Renato, impeccabile fascia bianca al collo (che rammenta Gianluigi Rondi, vate del cinema), s’è portato dietro la cuoca Flavia, il figlio Simone e tant’altro, ad ha imbandito la sala con un”Gran Bollito” nel menù, gigantesco e fumante nei carrelli, come qui non si vedeva da almeno trent’anni, perché il “Gran Bollito”, ci fecero anche un film con Ugo Tognazzi e Marcello Mastroianni, è un mito.
A Viareggio l’ultimo lo proponeva il Montecatini, noto ristorante sul viale Manin, dove regnava Adolfo, indimenticato chef della cucina ricca che a Viareggio significava avere a tavola Monicelli o Tobino o i Benetti o i Picchiotti, artisti e industriali, professionisti e divine.
Poi vennero gli anni, ahimè, dello spaghetto allo scoglio precotto e scombinato di pesce-gelato e del kebab. Ma ora una via di fuga c’è: appunto il Gran bollito che vuol dire manzo, pollo, cotechino, lingua, testina, punta di petto, culatta, con timo, salvia, chiodi di garofano, noce moscata e le salse che vanno dalla “verde” al purè di pere. E quando lo gusti - anzi lo mangi, anzi lo divori - sai di sedere nell’aristocrazia della tavola, come a Torino, come a Verona, dove si celebrano i rituali annaffiandoli con il Barbaresco.
Presi dalla ghiottoneria al tavolo c’erano sabato Katia Ricciarelli, madrina, il sindaco ”attendente” Giorgio Del Ghingaro, il generale della finanza Giuseppe Magliocco, Castioni con il figlio, Beatrice Taccola, Rossella Martina che fece l’assessore alla cultura. Insomma un po’ di Verona un po’ di Viareggio.
La Ricciarelli, in gran forma, ha rammentato quando lei cantò a Torre del Lago («Puccini, un amore mai dimenticato») e quando venne a far festa durante il Carnevale di qualche anno fa. Così è venuta l’occasione per capire quando di te. ngano alcuni “forestieri” agli eventi della città. Lo stesso Renato Castioni viene qui in vacanza da quarant’anni. E’ innamorato delle spiagge, è godente della passeggiata a mare. Per la Ricciarelli c’è di più: lei vuole immaginare anche un futuro di avvenimenti e suggerisce, puntuale, di rianimare la villa di Puccini al Marco Polo («Perché non fare una sottoscrizione via Internet raccogliendo soldi in ogni dove nel mondo?») di riportare la stagione di Torre del Lago ai livelli internazionali, e per il carnevale di organizzare feste non soltanto nella sfilata dei carri ma in tutte le piazze e strade della città. Già nei sabati precedenti ai corsi ci dovranno essere musiche per le strade e cortei e banchetti. Perché le due ore di sfilata dei carri non servono a creare un’atmosfera quando il rimanente tempo della settimana è ghiaccio e vuoto.
Torniamo al Gran Bollito che suscita e stuzzica pensieri e suggestioni. Dice Castrioni che l’occhio dello chef non deve entrare in azione solo tra i fornelli. L’occhio deve servitarsi già sul mercato scegliendo le carni e scegliendo le verdure, dalla cipolla al sedano. La cucina richiede del tempo, è come l’amore, non si fa a scappa e fuggi. Un bollito ha i suoi tanti minuti, le carni vanno in processione prima il manzo, un’ora dopo il vitello, e quando lo si serve dev’essere tutto un fumo, tutto uno svolazzare di profumi: un’apoteosi.
La festa all’Esplanade è durata ore. A sera vi era ancora tanta gente a celebrare. Vi è tanta curiosità per il menu. Lo descriviamo: pasta fresca con sughi di fegatini, ragù di vitello, pomodoro, bollito o arrosto (faraona, vitello, maiale) e, come dessert le pere cotte Ciccarelli.
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