Il Tirreno

Versilia

Arriva il primario Pepe «Ecco la mia ricetta per il pronto soccorso»

di Matteo Tuccini
Arriva il primario Pepe «Ecco la mia ricetta per il pronto soccorso»

In servizio da dicembre, promette di velocizzare i tempi «Ma le attese per i ricoveri sono un problema di tutto il Versilia»

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VIAREGGIO. Energia e idee chiare. Se qualcuno pensa che Giuseppe Pepe, nuovo primario del pronto soccorso dell’ospedale Versilia, non abbia queste doti, lui vuole fugare ogni dubbio. «La prima cosa che farò - spiega al telefono da Napoli, dove si trova per un convegno - sarà valorizzare il patrimonio professionale del reparto. C’è da creare un gruppo, un’armonia. Nel pronto soccorso ci sono colleghi con l’età media alta, ma questo sarà soltanto un arricchimento per uno come me che non ha paura di lavorare».

Il dottor Pepe, ormai ex medico del pronto soccorso di Careggi, è stato nominato ufficialmente direttore pochi giorni fa. «Quando entrerò in servizio? Il giorno preciso non lo so, sicuramente a dicembre sarò al lavoro. Il giorno di Natale, insomma, lo festeggerò al “Versilia”». Quarantaquattro anni da compiere tra meno di un mese, con un master ad Harvard in medicina d’urgenza nel curriculum, il dottor Pepe ha iniziato nella geriatria. Ed è cresciuto professionalmente nel pronto soccorso del policlinico fiorentino. Collaborando con quello che considera uno dei suoi maestri, il primario Stefano Grifoni. Ora il giovane direttore è atteso dal compito più difficile al “Versilia”: riportare ordine ed efficienza in una prima linea scombussolata da un afflusso sempre maggiore di pazienti, e da un’organizzazione che non ha mai trovato la quadra. Nonostante ottimi professionisti in servizio e nonostante investimenti copiosi - l’ultimo da tre milioni di euro solo un anno fa - i disagi in pronto soccorso sono da sempre un punto debole dell’ospedale di Lido.

Dottor Pepe, il pronto soccorso va ricostruito soprattutto come squadra.

«È la prima cosa che farò. Innanzitutto voglio dire che conosco l’ex direttore Sergio Milletti (andato in pensione a maggio, ndr), un bravo professionista e un vero signore. I colleghi cresciuti con lui sono bravi. L’età media è alta, ma questo non mi spaventa. Giovani e anziani devono essere realizzati. Investirò su di loro, così come conterò molto sugli infermieri che sono una risorsa fondamentale per noi medici».

Il “Versilia” ha una buona fama per la qualità media delle cure. Ma il pronto soccorso è visto come un girone infernale, o quasi. Come pensa di cambiare questa immagine?

«L’utenza, e questo vale un po’ per tutti gli ospedali d’Italia, ci vede come un posto allucinante. In realtà la nostra è una parte dell’ospedale in cui si offre assistenza 24 ore su 24. Per noi non ci sono soste, 365 giorni all’anno. Creando dei percorsi ad hoc andremo incontro all’utenza».

Che cosa intende?

«Sicuramente dobbiamo velocizzare i cosiddetti codici minori, cioè i casi meno gravi. Ma i pazienti devono sempre avere chiaro che l’emergenza ha la priorità. E che non è possibile non aspettare quando la nostra situazione richiede un intervento meno immediato rispetto ad altri».

Quello che non piace è il marasma dei pazienti “parcheggiati” in attesa di esami, visite ed eventuali ricoveri. C’è chi sta in barella per giorni interi. Come risolverà questi problemi?

«Ci lavoreremo. Ma dico subito che se si aspetta tanto per un esame o una visita più approfonditi, o per il ricovero in un reparto, il problema è di tutto il “Versilia”. La velocità di questo tipo di risposta va trovata assieme ai colleghi specialisti dell’intero ospedale».

Non pensa che gli utenti dovrebbero essere informati meglio su cosa sta accadendo in pronto soccorso e sulla loro situazione medica?

«A Careggi abbiamo sperimentato la presenza di un familiare all’interno. Ci ha dato buoni risultati, ovviamente rispettando un codice di comportamento. Niente cellulari, ad esempio».

Succederà anche al “Versilia”, dove sono capitate dimissioni di un paziente senza che il familiare lo sapesse?

«Questi episodi possono accadere. Ma la presenza di un parente può essere una soluzione».

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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