Il Tirreno

Versilia

Il sogno della Versilia

di ADOLFO LIPPI
Il sogno della Versilia

Garboli: questa terra era l’eden, può tornare a esserlo

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di ADOLFO LIPPI

Fu un critico competente, attento, severo, a volte fazioso, Cesare Garboli, viareggino doc. Fu critico letterario importantissimo ed anche curioso di arte. Così quando si occupò di Viareggio e della Versilia non abbassò mai le armi, non si fece cogliere da nostalgie zuccherine, ma disse sempre le cose come a lui stavano e lo fece con voce forte, le mani lunghe e bianchissime, da virtuoso di musica, agitate per esplicare e dannare.

Adesso per l’editore “Adelphi” esce una raccolta di suoi testi (“La gioia della partita”). E vi ha una succosa nota su Mario Tobino per il suo libro “Sulla spiaggia, e al di là del molo” per il quale scrisse una preziosa presentazione. Accennando, appunto, a Viareggio com’era. E gli garbava parecchio.

Però è in un altro suo testo, “L’Alcyone e la scoperta della Versilia”, che egli viene esemplarmente fuori; così come quando su “La Repubblica” inveì contro Lucca mercantile; e non gliel’hanno mai perdonata.

Che dice dunque Garboli in questo saggio? Intanto mi sembra giusto sottolineare il momento. La Versilia, passata una estate, direi, esaltante (viste le paure che ci circondano nel Mediterraneo e non solo), ha tutto un intero inverno per chiarire, discutere, imbellettarsi, prepararsi al futuro. Questi mesi sono tempo magico e tempo industrioso. Così non mancano ai sindaci e alle popolazioni perfino libri (come quello di recente recensito di Ettore Neri “Città Versilia”) utili ad abbattere campanilismi e snebbiare gli occhi dalle divisioni burocratiche e malefiche. Svolgersi al futuro con entusiasmo e passione e idee.

C’è dunque un attimo assai propizio per leggere Garboli che suggerisce scenari davvero stimolanti. E provoca pensieri. Intanto egli assegna il paesaggio lucchese a tre “lumi”: la Garfagnana a Giovanni Pascoli, Lucca a Giacomo Puccini, la Versilia a Gabriele D’Annunzio. E perché D’Annunzio (ch’era pescarese e romano)? Perché nel suo “Alcyone”, mirabile, il “vate”, che per amore di Eleonora Duse s’era arenato a Marina di Pisa, fiutò la nostra riviera per un “miracolo di creatività pubblicitaria” e vi si diresse. Abitandovi per varie stagioni.

Scrive Garboli: «Chiunque allora villeggiasse a Marina di Pisa, e andasse in cerca di sensazioni, si sarebbe diretto a sud verso Castiglioncello, verso Livorno ai giardini fioriti dell’Ardenza dove regnavano il mare di scogli dipinti da Fattori e le rotonde mondane e balneari dei bagni Pancaldi. D’Annunzio fece rotta contraria. Puntò a nord e affittò con la Duse proprio allo scoccare del secolo, una villetta a Secco, tra Viareggio e Motrone, quando tutta la fascia costiera tra Bocca d’Arno e la foce del Magra era un arco di spiaggia incontaminata, una distesa di paludi e di dune dove l’immenso polmone delle pinete si dilatava verso l’interno e si ritirava dal mare, lasciando crescere sulla riva la macchia silvestre e il povero cespuglio di tamerici. Qui il mare e il . cielo si riempiono di vapori lattiginosi e giocano coi riflessi azzurrini delle Apuane».

Insomma l’Eden. Era già leggendario questo paesaggio. L’inglese Shelley l’aveva scorto e descritto navigando il Serchio e le Apuane erano state visitate da Ruskin, raffinato romantico amante dell’arte fiorentina. D’Annunzio fu un pioniere: scorazzava a cavallo, flirtava con donne seduttive, poetava “la pioggia nel pineto”, celeberrima e imparata in tutte le scuole ieri, oggi, domani. Ma la sua medesima presenza iniziò la trasformazione, da Eden ad industria delle vacanze. Prima ci arrivarono i signori, poi l’intera borghesia, sicché atmosfere, acquitrini, dune, scomparvero per lasciare il posto alla Viareggio stazione climatica. Che poi fu la Viareggio di Mario Tobino.

Dall’”Alcyone” si passò a Fregoli, a Petrolini, all’Eden teatro radioso, agli Ermete Zacconi alla Mariangela Melato. Anche ai fantastici velieri che spaziarono gli oceani. Scrive Garboli su Tobino: «in questa spiaggia si raccoglie da parti diverse, cresce spavaldamente fiero e infantile, anarchico e amante della dissipazione, la mente che ignora il domani, la vita un’allegra invenzione, una festa perpetua, un popolo diverso da tutti gli altri. Presto avvezzo alle tribolazioni della marineria, uso ai commerci con lontani paesi, eternamente combattuto tra gli opposti fascini della bellezza e della virtù».

Si presero ad edificare nel liberty i bagni e i villini, si presero ad affittare le case. Dove le tamerici? Dove i camucioli? Dove la bellezza? A Garboli piacque ancora Viareggio? Piace abitare la Versilia? Certamente. Non a caso venne a vivere a Vado di Camaiore a ridosso delle colline. Però scrive: «Quello che è successo dopo è ancora sotto gli occhi di tutti. Secondo il non dimenticato Antonio Cederna, a distruggere la Versilia sono stati meno i cataclismi naturali che la speculazione edilizia. Secondo qualcun altro, la Versilia è un Eldorado, il paradiso degli imprenditori e dei commercianti».

I miti dell’”Alcyone”? Gli dei, le sirene che scendevano a bagnarsi nelle pozze del Cinquale o nel lago delle lacrime e dei sospiri pucciani? Tutto pare perduto, affiora lo sgomento: le palme sul lungomare vengono devastate, le pinete cadono, le piazze sono baraccopoli di smercio-droga, chiusi il “Prinipino” e l’”Excelsior” e il “Bristol”, il molo così come le terrazze belvedere devastati e in degrado, beh, escono davvero di scena i fauni e le leggende apue. Allora? Garboli concluse quel suo notissimo saggio (Maschietto editore) con una nota ottimistica. Scrive: «In fondo, che cosa pensano le innumerevoli ragazze stese sul materassino lungo la spiaggia del Forte, nei lunghi pomeriggi d’agosto, indomite sotto tutto quel sole, se non che la loro vita è divina, e in tutto esse vivono tacite come la morte?».

Ecco ciò che salverà: la stupefacente radiosa bellezza delle radici, la poesia di Eugenio Montale (che scrisse “Ossi di seppia” a Poveromo), le sculture di Henry Moore e Igor Mitoraj, le canzoni che nacquero tra la “Bussola” e la “Capannina” i quadri di Mario Marcucci semplicemente felici di cose usuali, i tramonti su “vialone” e le barche che dondolano nel porticciolo. Tra tanto brutto, leggere Garboli allora davvero corrompe. Egli che scoprì scrittori come Mario Tobino e Corrado Delfini, Giorgio Bassani e Natalia Ginsburg, che passeggiò con Alberto Moravia e Federico Fellini nella pigra Roma di Elsa Morante, egli che per tantissimi anni fu il riferimento d’oro di tutti gli editori italiani, scrisse a vent’anni su Dante e a quaranta fu insignito di onorificenza francesi, presidente del Premio Viareggio ed infaticabile, laborioso, serio conoscitore di teatro, tant’è che una volta recitò lui medesimo, assegnando così la Versilia a D’Annunzio (lui di antiche e solide frequentazioni comuniste), quasi luciferina. Epperò amare spropositamente, alla greca, amare come si amò con l’”Alcyone” è un’energia che è un dovere trovare per piantare nuove palme e selciare le terrazze e far rinascere l’intero territorio allo splendore e alla grazia. Affinché non solo vi possa nascere un nuovo poeta ma l’intero popolo possa vivervi di poesia. E di aziende di successo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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