Sicurezza
Ferrovie ai giudici: «Assolveteci tutti»
I legali chiedono la formula per cui il fatto non sussiste Le udienze riprendono martedì della prossima settimana
VIAREGGIO. «La giustizia nei confronti delle vittime non deve tradursi in ingiustizia nei confronti degli imputati», è la frase con la quale l’avvocato Filippo Sgubbi, difensore di due imputati di casa-Ferrovie, ha chiuso la propria arringa nell’aula del Polo fieristico di Lucca, le magliette delle trentadue vittime bruciate vive appoggiate ben visibile su altrettante sedie sulle quali stanno “seduti” solo loro. I difensori degli imputati di Fs e delle sue imprese (oltre al Gruppo ci sono Trenitalia, Rete ferroviaria italiana, Fs Logistica) sono arrivati quasi al termine dei loro interventi. La settimana prossima tocca agli avvocati di Mario Michele Elia, ex amministratore delegato di Rfi, difeso da Alfonso Maria Stile, e a quello di Mauro Moretti, ovvero ad Armando D’Apote.
La linea portata in aula è comune: assoluzione per tutti. D’altra parte lo stesso Moretti lo disse chiaro e tondo nella sala di rappresentanza del Municipio di Viareggio, quel 30 giugno inzuppato di sangue lungo i binari a ridosso delle case di via Ponchielli: le Ferrovie non hanno alcuna responsabilità nel disastro ferroviario che ha portato morte e lutti, macerie, decine di milioni di ricostruzione, sette anni di vicenda giudiziaria. A questo si può aggiungere oggi uno dei capisaldi dell’arringa dell’avvocato di Ambra Giovene, ancora in aula ieri per gli imputati di Rfi, Mario Testa e Giuseppe Farneti: «C’è un’intrinseca pericolosità del trasporto merci pericolose». L’avvocato Giovene che ha disseminato nel proprio dire accuse pesanti ai sostituti Procuratori Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino, ha introdotto così l’elemento della fatalità all’interno di un’argomentazione che ambiva ad essere tecnica e si è rivelata un sunto della tesi di innocenza che i legali di Fs hanno portato in aula per i propri assistiti. Arrivano a chiedere l’assoluzione perché il fatto non sussiste.
I picchetti. Non sussiste che il picchetto di regolazione delle curve fosse considerato un pericolo lungo i binari d’Italia fin dai primi anni del Novecento. Ed oggi, dopo trentadue morti, neppure le prescrizioni dell’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria (Ansf) che ha fatto proprie le raccomandazioni della Direzione generale per le investigazioni ferroviarie (ministero dei trasporti) definiscono i picchetti come pericolosi. Se si leggono i provvedimenti «con un po’ di serenità». Lettura che porta serenamente ad incappare nella richiesta di Ansf ad Rfi di mettere in atto un’alternativa di soluzione che abbia, però, un unico obiettivo rispetto ai picchetti sotto accusa: «Annullare la intrinseca potenzialità di diventare strumento di taglio e lacerazione».
L’antisvio. Ferrovie non hanno responsabilità neppure nella mancata adozione dei sistemi antisvio: l’Europa nel 2009 non aveva ancora preso posizione, considerava che non si potessero obbligare gli stati membri per non violare il principio della libera concorrenza dato che all’inizio vi era un solo costruttore, ma anche perché nel conto costi della prevenzione- risarcimenti alle vittime costa meno la seconda (è tutto negli atti che la Procura su questo tema ha messo insieme in modo dettagliato e completo). Ed il progetto cui lavorava Trenitalia - che oggi, invece, sperimenta l’antisvio su alcuni carri - alle fine fu accantonato perché nessuno ritenne di spendersi per trovare i finanziamenti.
Sicurezza sul lavoro. Ferrovie e le sue aziende rispondo le accuse relative alle violazioni in materia di sicurezza sul lavoro perché il disastro ferroviario di Viareggio - questa la tesi - niente a vedere con la normativa di questo settore. E, peraltro, l’unica sicurezza che Ferrovie ritengono di dover garantire è quella della circolazione.
Così l’avvocato Ambra Giovene ha detto chiaro e tondo che quanto accaduto a Viareggio non può essere letto con gli articoli del Decreto legislativo 81/2009, Testo unico in materia si salute e sicurezza sul lavoro. Per sostenere le ragioni del proprio argomentare, l’avvocato Giovene ha citato una sentenza che molto scalpore ha fatto nel mondo del lavoro, emessa dal Tribunale di La Spezia nel maggio scorso. Quando, dopo oltre sei anni di attesa della giustizia per la morte di Giovanni Magliani, ferroviere spezzino ucciso da un treno in manovra il 24 febbraio 2010 alla stazione centrale di La Spezia, il giudice ha assolto tutti gli imputati di Ferrovie perché il fatto non sussiste. Il principio di questa sentenza è lo stesso che l’avvocato Giovene ha voluto portare nell’aula del processo per la strage di Viareggio, il 29 giugno 2009.
Le udienze riprendono martedì prossimo: una volta terminate le arringhe dei difensori il presidente del Collegio Gerardo Boragine dovrà fissare le date per le repliche.
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