Il Tirreno

Versilia

STRAGE DI VIAREGGIO »IL PROCESSO

di Donatella Francesconi

VIAREGGIO. Gaetano Scalise contro il resto del mondo. L’avvocato del Foro di Roma (ma di origini calabresi) - che è stato difensore di uno dei medici del caso Cucchi e che nel processo al disastro...

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VIAREGGIO. Gaetano Scalise contro il resto del mondo. L’avvocato del Foro di Roma (ma di origini calabresi) - che è stato difensore di uno dei medici del caso Cucchi e che nel processo al disastro ferroviario di Viareggio difende Enzo Marzilli, uno dei manager di Ferrovie (oggi si occupa di ricerca e sviluppo) - non ha risparmiato nessuno. Ha attaccato la stampa locale che da sette anni racconta lo svilupparsi della vicenda giudiziaria («sovrabbondante giornalismo di provincia»); ha tentato di mettere in ridicolo il professor Paolo Toni, consulente della Procura; ha attaccato la polizia giudiziaria; ha criticato con parole aspre i consulenti delle parti civili. Il tutto per tentare di minare il lungo lavoro della Procura di Lucca e dei suoi pubblici ministeri Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino.

Lo fa fatto, l’avvocato Scalise, con un’arringa “patchwork”, che ha pescato un po’ qui e un po’ là nell’ampia documentazione che oggi compone il fascicolo del dibattimento nelle mani del Collegio giudicante (presidente Gerardo Boragine, con i colleghi Nidia Genovese e Valeria Marino). Un lungo argomentare che ha lasciato molti non detti. a cominciare dal cavallo di battaglia dell’arringa: il picchetto di regolazione curve «è di intralcio alla manutenzione e non alla circolazione» perché «non vi è alcun riferimento in tal senso nella normativa prodotta dalla Procura». Ed ecco, dunque, che «la ricostruzione offerta dai pm in tema di pericolosità del picchetto è falsa. È una costruzione necessaria alla tesi dei pm». Dunque, «non si può illudere il dolore» perché «i picchetti non sono fattori di rischio in ambito ferroviario». Tanto che dopo il disastro ferroviario di Viareggio «nessuno degli enti titolati a farlo ha preso alcun provvedimento per la rimozione degli stessi picchetti».

Se il calendario non è un’opinione il 2013 segue il 2009. Ed il 2013 l’anno in cui la commissione di indagine della Direzione generale per le investigazioni ferroviari del ministero dei trasporti chiude definitivamente il proprio lavoro sul disastro ferroviario di Viareggio. E lo fa mettendo un punto alla questione di cosa ha squarciato la cisterna, dopo che l’incidente probatorio ha visto i periti del Gip indicare la zampa di lepre (un pezzo dello scambio) invece del picchetto sul quale ha puntato il dito la Procura, ma anche - fin da subito - i consulenti di Trenitalia. Per arrivare a fissare la propria conclusione, la Dgif (oggi Dgfema) esegue una serie di prove, documentate in un filmato allegato alla relazione, che prendono in considerazione anche le richieste di Ferrovie in materia di angoli di impatto delle cisterna con i due oggetti. Ne segue una raccomandazione inviata all’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie (Ansf) affinché la trasformi in prescrizione diretta a Rfi: i picchetti di regolazione delle curve lungo la rete ferroviaria vanno rimossi o protetti e confinati «in modo da annullarne la potenzialità di essere strumenti di taglio e lacerazione». Ne nasce un lungo carteggio tra Ansf e Ferrovie (Gruppo ed Rfi) decise ad opporsi con forza a qualsiasi provvedimento in tal senso. Tanto che oggi, a tre anni di distanza, di quanto andava fatto per la messa in sicurezza se ne sono perse le tracce. E forse anche la memoria, visto che l’avvocato Scalise in aula non ha fatto cenno a tutto questo.

Argomentano invece ripetutamente che tra la presenza dei picchetti e la sicurezza ferroviaria non vi è alcun rapporto. Tra gli atti contestati in tal senso, il documento del congegno di Cagliari (1999) a firma degli ingegneri Pasquale Colonna ed Onofrio Tragni, entrambi del Politecnico di Bari, da titolo “Le innovazioni tecnologiche nei metodi di tracciamento e controllo delle curve ferroviarie”. Un documento portato in aula dai pm e che l’avvocato Scalise ieri, nel darne ampia illustrazione, ha definito «suggestione bis del pubblico ministero».

Eppure, nelle conclusioni dell’intervento, i due ingegneri nel sintetizzare dove le nuove tecnologie porteranno inmateria di regolazione delle curve ci tengono a specificare che andare verso l’estensione della rete Gps «è un modo di procedere in perfetta sintonia con le crescenti esigenze di efficienza, sicurezza, comfort di marcia che caratterizzano le linee ferroviarie moderne». Sicurezza, appunto. E anche fosse stata solo quella lungo i binari cui hanno fatto riferimento sia Scalise che la collega Ambra Giovene (come se quella dei terzi lungo la linea fosse roba da marziani) adesso i piccoli Piagentini avrebbero magari avuto un altro fratellino che giocherebbe con quel bambino che Federico Battistini ed Elena Iacopini avevano in ente di mettere in “cantiere”. Ed i pm Amodeo e Giannino si occuperebbero di altro e non di «lanciare strali contro persone per bene», che è stato uno dei cavalli di battaglia dell’arringa di Gaetano Scalise.

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