Il dolore
L’INCURIA NON DIVENTI ABITUDINE
di STEFANO PASQUINUCCI Accade, a volte, che l’abitudine, l’indifferenza, l’assuefazione ci impediscano di vedere quali possano essere i negativi risultati che incuria ed abbandono provocano. Ne è un...
di STEFANO PASQUINUCCI
Accade, a volte, che l’abitudine, l’indifferenza, l’assuefazione ci impediscano di vedere quali possano essere i negativi risultati che incuria ed abbandono provocano. Ne è un clamoroso esempio lo stato in cui versa da anni la piazza Mazzini, lato mare.
Il Belvedere delle Maschere (così si chiama) è, a dir poco, un luogo degradato e decadente, tutto l’opposto di ciò che dovrebbe essere. Qui, infatti, è possibile ammirare, in ogni momento dell'anno, la spiaggia, il mare e quei tramonti che tolgono il fiato. Qui, a Carnevale, i carri si aprono e si alzano come in nessuna altra parte del mondo. Qui sventolano le bandiere issate all’altissimo pennone centrale e qui si fa festa popolare per uno scudetto o la vittoria di una Coppa del Mondo. Qui, pescando a caso dal sacchetto dei ricordi, ha suonato Carlos Santana, si è esibito Giorgio Panariello.
Ben venga, quindi, uno stimolo come quello del Tirreno affinché possa concretizzarsi presto un progetto di riordino, valorizzazione e rilancio di quello che potremmo definire il cuore di Viareggio. E a tal proposito propongo una foto (qui sopra) che mesi tempo fa Piero Ambrosini aveva pubblicato su Facebook e che io avevo commentato così: «Immaginiamo di poter utilizzare la macchina del tempo e, come se fosse oggi, scendere negli anni sessanta in Piazza Mazzini per sostituirci al fotografo. Cosa ci colpirebbe di più? Dunque, vediamo... l'erba naturale, la cura delle aiuole (palme comprese), la pulizia (notare il bel cestino dei rifiuti in primo piano), gli stand nella parte destra (Fiera del Libro?), ma anche e soprattutto l'eleganza e la cura nel vestire di tutte, ma proprio tutte, le persone catturate per sempre dall'obiettivo della reflex. Tornando a casa, quindi, cosa potremmo raccontare? Che Viareggio è cambiata (spesso in peggio), ma anche che le persone non sono più quelle di una volta. E le due cose, forse, non sono affatto scollegate...».
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