Il Tirreno

Versilia

Quando il Pci viareggino “riabilitò” Giacomo Puccini

di ADOLFO LIPPI
Quando il Pci viareggino “riabilitò” Giacomo Puccini

Niclo Vitelli racconta la parabola dell’artista, da “decadente” a nume culturale

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di ADOLFO LIPPI

Quando anche a Viareggio, alla fine degli anni Sessanta, i comunisti smisero di “mangiare i bambini” (così li accusava una becera propaganda avversaria), s’avvidero che alcune istituzioni “borghesi” dovevano non soltanto essere conservate ma addirittura rivitalizzate e guidate. Così il Carnevale, così il Premio Letterario “Viareggio”, così la stagione lirica dedicata a Giacomo Puccini.

Su Puccini vi fu, addirittura, un profondo cambio di paradigma. Da autore “decadente” e sentimentaloide, si tornò volentieri ad Antonio Gramsci che aveva ben scritto ne “Le lettere del carcere” sulla musica lirica, da Giuseppe Verdi a Pietro Mascagni allo stesso Puccini, definendola “nazional-popolare”. E così i dirigenti dello allora Partito comunista italiano viareggino entrarono direttamente nella gestione di Torre del Lago apportandovi un indubbio successo.

Lo svolgersi di questa vicenda, che rammenta un periodo “dorato” delle manifestazioni viareggine, è ben raccontata in un libro di Niclo Vitelli, “Un bel dì vedremo”, che quest’estate ha girato parecchio in presentazioni ed incontri. È un libro che fa quella storia lì: la buona scoperta di Puccini da parte del Partito comunista italiano, ed è un libro dove parla uno dei protagonisti di quel periodo e di quella generazione, Niclo Vitelli appunto, che fu importantissimo dirigente del partito eppoi presidente, giovanissimo, del festival “Pucciniano” al quale dedicò entusiasmo e intelligenza.

Sono anni abbastanza dimenticati, questi anni dopo il Sessanta. Con il libro di Niclo Vitelli rivivono e documentano un periodo importante non soltanto della città ma della politica culturale in Italia.

A Viareggio, dopo gli anni feroci e focosi del dopo-guerra (quando gli schieramenti erano in piena guerra fredda), nel Partito comunista avvenne (come in altri partiti) una vera e propria mutazione, passarono gli uomini della Resistenza antifascista e, grazie anche all’istituzione della Federazione versiliese in via Regia, presero a contare parecchio negli anni dopo il settanta alcuni dirigenti quali Lino Federici, il camaiorese Francesco Da Prato, Manrico Nicolai, e giovanissimi, direi “ragazzi”, come Alessandro Lippi, Milziade Caprili, Marco Marcucci, Niclo Vitelli i quali, anziché scontrarsi quotidianamente su cento questioni, presero a collaborare sulle istituzioni “calde” della città con socialisti quali Giovanni Pieraccini e Paolo Barsacchi e democristiani quali Federico Gemignani.

Ne vennero alcuni risultati eclatanti: Gianfranco Tamagnini (Partito comunista), medico di valore, entrò nelle grazie di Leonida Paci e riportò il Premio Letterario Viareggio nell’ambito del comune e Niclo Vitelli condusse alla stagione lirica un regista ed autore quale Sylvano Bussotti che avrebbe dato a Torre del Lato un’affermazione internazionale.

Ma non furono operazioni facili. Vitelli fu uno spaccato preciso e prezioso di qual era la mentalità ufficiale dei comunisti attorno a Puccini. Merita riprenderla. «L’arte - aveva scritto Palmiro Togliatti - deve essere specchio della realtà sociale». Via facile allora ai quadri di Renato Guttuso, al realismo socialista imperante (di matrice sovietica) nei romanzi tipo “Il placido Don”, pollice verso perfino a Chopin “strutturalmente debole”.

Su Giacomo Puccini, nel 1977, Rubens Tedeschi aveva scritto su “L’Unità”: «La sua musica affonda tra echi di arie da salotto e di sorbetterai, i suoi tenori sembrano più dicitori impegnati in atletismi melodrammatici e le sue tenere eroine si svengono nelle micro morte». Ed ancora: «Puccini è un caso addirittura drammatico nelle sue contraddizioni artistiche ed umane… è il palmare esempio della impossibilità di riuscire moderno».

Ma, come ho detto, fortunatamente cambiò il paradigma. I comunisti divennero anche in Toscana forza di governo e la stagione di Torre del Lago cadde nelle loro braccia.

Vitelli, poi, si dilunga moltissimo sullo svolgersi delle successive stagioni artistiche. Giacomo Puccini divenne un fiore all’occhiello della prima amministrazione di sinistra a Viareggio e vennero incaricati della gestione un direttore quale il maestro Lorenzo Ferrero e un regista quale Sylvano Bussotti. Assai piccante questa scelta, che non passò inosservata. Bussotti era un gay dichiarato. Ebbene, ci credereste? In consiglio comunale si discusse (solo trent’anni fa) per un’intera seduta se un omosessuale potesse venir scelto. E lo fu.

Secondo Vitelli, documentatissimo su quegli anni e quelle stagioni, le gestioni Ferrero-Bussotti-Giacchieri furono a Torre del Lago tra le migliori. Alcune regie rimangono indimenticabili. Ma bisogna leggere il libro per capire tutti i passaggi di quell’epoca che fece nel “Pucciniano” una delle colonne culturali della politica regionale e nazionale.

Adesso, scrive Niclo Vitelli, si può persino parlare di “incompiuta”. Lui stesso e Federigi divennero dirigenti industriali (di cantieri navali) e Puccini passò in altre mani. Andò meglio, andò peggio? Per Vitelli che parla proprio di “non compiutezza” di un progetto audacissimo, adesso le cose al “Pucciniano” non stanno procedendo spedite. Ma questo lo dicono un po’ tutti.

Lo stesso senatore Andrea Marcucci vede l’incongruenza della doppia Fondazione Puccini (una a Lucca, una a Viareggio) ma una città che è senza amministrazione e litiga, tra i partiti, sull’entità dei debiti (tanti) come può mettersi ancora insieme su un programma di rilancio delle maggiori istituzioni culturali?

Il Premio Letterario Viareggio è appena trascorso nella opaca normalità (poteva fare di più?). Epperò dov’è una generazione e dov’è una forza politica che possa come negli anni settanta sollevare ambizioni e riportare il alto Viareggio?

Il libro di Niclo Vitelli fortunamente non è nostalgico, né malinconico. Qualche spunto lo offre. Si potrà risalire.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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