Gioco
Quel giorno la città fu sepolta con il suo politico più amato
Il giorno dei funerali di Paolo Barsacchi, nell’ottobre del 1986, il Tirreno mandò a seguire l’evento un giovane cronista poi diventato una delle più brillanti firme di questo giornale, oggi in...
Il giorno dei funerali di Paolo Barsacchi, nell’ottobre del 1986, il Tirreno mandò a seguire l’evento un giovane cronista poi diventato una delle più brillanti firme di questo giornale, oggi in pensione. Corrado Benzio seguì l’addio della città al suo senatore, raccontò i volti smarriti, riportò le frasi rimaste nella memoria collettiva. Quel giorno nasceva un mito ancora vivo nella comunità viareggina e versiliese. Ma al contempo erano molte le cose che finivano insieme alla troppo breve esistenza del senatore Paolo Barsacchi. Nelle righe che seguono c’è il ricordo di quella giornata, di un lutto che segnò, in molti sensi, Viareggio e i viareggini.
di CORRADO BENZIO
Da adolescente avevo assistito ai funerali dei tre agenti trucidati a Querceta. Lombardi-Mussi-Femiano vennero salutati da una folla commossa, arrivata da mezza Toscana, che invase le strade dove passò il corteo funebre. Era il 1975. C’era angoscia, non sapevamo dove sarebbe arrivato il terrorismo politico.
Un decennio dopo, sempre in ottobre ma nel 1986, seguii un altro funerale imponente, stavolta da cronista per Il Tirreno. Quello di Paolo Barsacchi.
Sembrava che tutta la città si fosse rovesciata in strada quel caldo pomeriggio di ottobre di trenta anni fa. C’erano i maggiorenti e il popolino. Solo viareggini. Salutavano “Paolo“. Soprattutto - i più incosciamente, qualcuno con lucidità - salutavano una Viareggio ancora ambiziosa che verrà sepolta con il politico più amato.
I ventimila (chi dice di più) viareggini che seguirono il passaggio del feretro dicevano addio ad una città che immaginava di avere ancora carte da spendere. Barsacchi aveva portato a casa la lotteria del Carnevale ma intanto lottava per la casa da gioco, per la provincia della Versilia, per la banca popolare. Aveva portato a casa anche - non dimentichiamolo - i soldi della nuova Pretura ma anche la sede della Imeg, colosso del marmo, a Montramito. Sapeva cosa fosse il potere e quanto fosse importante esercitarlo bene.
Era presidente onorario del Viareggio calcio. Ben prima del Cavaliere - in quell'anno comprava il Milan - sapeva il valore politico (soprattutto di consenso) dello sport. Lottava contro due giganti: il Pci versiliese e la Dc lucchese (quella viareggina contava meno).
Muore giovane chi è caro agli dei. Viareggio piangeva anche una scomparsa immatura, crudele nella velocità con cui Barsacchi corse verso la fine (avrebbe compiuto 50 anni il mese dopo), che un mese prima aveva visto correre in pineta con i suoi capelli al vento. Lo stile era molto Prima Repubblica (il dopodoccia negli spogliatoi del palazzetto era già un momento importante per ricevere amici ed elettori), ma Barsacchi ne aveva più pregi che difetti.
Palese, ma non ostentato, il disinteresse personale. Viveva in un piccolo appartamento in via Foscolo, viaggiava con una vecchia Escort.
C’era tutta la Prima Repubblica a salutarlo. Il funerale ebbe due momenti topici. Certo ci fu il passaggio sotto la sede del Psi in via Matteotti con quel semplice striscione: Ciao, Paolo. Ma il momento che tutta la città aspettava fu in piazza Margherita. È lì che l'Omone parlò. Toccò a Bettino Craxi, padrone del Psi e dell’Italia (era presidente del Consiglio) l’orazione funebre. Poche parole, tante pause. Ricordo solo una frase: «Amò la sua città di un amore immenso». Parlò solo Craxi e non solo perché fosse il più alto in grado. Non parlò il primo cittadino. Era Angelo Bonuccelli, era socialista, aveva il discorso pronto, letto e riletto, corretto e limato. Ma il messaggio - lanciato dalla famiglia, o meglio dalla vedova Anna Maria Gemignani - era chiaro: Paolo Barsacchi non avrà eredi. Un messaggio ai tanti socialisti che stavano apparecchiandosi un futuro di gloria, forte del 20% dei consensi che il Psi raccoglieva in quegli anni a Viareggio. Accanto a Craxi in piazza Margherita si vede Milziade Caprili, già onorevole. Erano i dioscuri della politica viareggina: giovani, aitanti, ugualmente popolari ma molto diversi nella visione politica.
Dopo il Margherita fu il momento dei funerali in chiesa, a San Paolino, parrocchia di famiglia. Craxi non entrò in chiesa, in prima fila c’era Scalfaro. Le navate erano piene, ma non - un altro ricordo di ragazzino - come il giorno dei funerali di Ermanno Lavorini (e lì la rabbia prevalse sul dolore). Tanti quel giorno del 1986 si erano di vedere il corteo. Obbiettivamente la messa non aggiunse nulla, se non la visione del futuro presidente della Repubblica all’epoca al Viminale che si raccolse in una lunga meditazione.
Il funerale finì, la salma partì verso il Marco Polo. Le scorte sgommarono verso Roma. Fra i più commossi due nomi che diranno poco ai più: Taffi e Mariosa. Era i due angeli custodi (anzi Taffi era chiamato proprio faccia d'angelo per gli occhi chiari e i capelli biondi) ovvero la “tutela“ dovuta ad un sottosegretario agli Interni.
A Viareggio fu buio, ma per troppi anni.
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