Il Tirreno

Versilia

Il mito che divise Viareggio

di PAOLO FORNACIARI
Il mito che divise Viareggio

Quando il “poeta della libertà” era definito “dannato da Dio”

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di PAOLO FORNACIARI

Il 30 settembre 1894, era una domenica, fu inaugurato il monumento dedicato a Percy Bysshe Shelley, nella piazza davanti alla villa di Paolina Bonaparte, a poca distanza dal luogo dove il 18 luglio fu rinvenuto il corpo del poeta inglese. Questi, in sintesi gli antefatti della nostra storia. Percy Bysshe Shelley l’8 luglio 1822 era partito da Livorno alla volta di San Terenzo, dove con la moglie Mary aveva preso alloggio nella dimora di casa Magni per trascorrervi l’estate, a bordo del “Don Juan”, uno schooner di 28 piedi costruito a Genova, che il poeta aveva ribattezzato con il nome di Ariel.

Accompagnavano Shelley nella traversata il capitano Edward Eleker Williams e il marinaio Charles Vivian. Dopo poche ore di navigazione un’improvvisa e violenta burrasca fece naufragare il piccolo veliero e disperse l’equipaggio.

Il 18 luglio, il mare abbandonò sulla spiaggia di Viareggio, davanti alla folta pineta che dal Palazzo di Paolina Bonaparte si estendeva per tutto il litorale, il corpo di Shelley, trasfigurato dalla lunga permanenza in mare, dove, in ossequio alle disposizioni sanitarie vigenti, fu interrato nella sabbia e ricoperto di calce viva.

A seguito del ritrovamento del corpo dello sfortunato naufrago, il cavalier Dawkins per conto della Legazione inglese chiese al ministro per gli affari esteri di Lucca il permesso di rimuovere i resti di Shelley per darne degna sepoltura. L’esumazione e il trasferimento dei resti era però operazione contraria alle disposizioni sanitarie che proibivano esplicitamente il recupero di tutto quello che veniva abbandonato sulle spiagge dalle onde. Quindi, per superare gli ostacoli burocratici senza contravvenire alle leggi, che prevedevano per i corpi di animali o persone trasportati dal mare l’immediato interramento nella sabbia o, dove la natura del terreno non lo permettesse, il bruciamento dei resti col fuoco, autorizzarono il rogo del cadavere e quindi il trasferimento delle ceneri.

Così il 16 agosto 1822, sulla spiaggia Viareggio, in località “alle due Fosse”, i resti di Shelley furono arsi sopra un rogo di pino, alla presenza della moglie Mary, di lord Byron e altri nobili inglesi. La cerimonia di cremazione, dettata da disposizioni sanitarie, fu vista dalla popolazione viareggina come la consumazione di un rito pagano. Nella fantasia popolare lo spirito del poeta si levò insieme alla colonna di fumo che si sprigionò dal macabro falò e per molti anni, per paura e per superstizione, nessuno passò da quel luogo.

Col trascorrere del tempo il ricordo del tragico avvenimento assunse toni da leggenda, contribuendo alla diffusione, in città, del culto di Shelley, “poeta del liberato mondo”. Il fato aveva legato il nome di Shelley a Viareggio, ma la città doveva celebrare e immortalare nel tempo questa drammatica e sublime congiunzione. Così, una sera del 1875, alcuni giovani riuniti nel caffé di Raffaele Bartelloni decisero di costituire un comitato per raccogliere notizie onde ricostruire la modalità della cremazione e per precisarne il luogo e lì erigervi un monumento, quasi a voler elevare il poeta a nume tutelare della città. Promotori dell’iniziativa furono Francesco Landi, Amedeo Barsanti, Enrico Sisco e Luigi Bertuccelli.

Però si dovette attendere il 1890 perché, grazie all’impegno del consigliere comunale avvocato Cesare Riccioni e di Pericle Pieri si riprendesse l’idea di erigere il monumento. Fu formato un nuovo comitato, presieduto dallo stesso Riccioni, al quale aderirono personaggi illustri come Felice Cavallotti, Menotti Garibaldi, Mario Rapisardi, Michele Coppino, Charles Swinburg, Giovanni Bovio, Edmondo De Amicis ed Enrico Ferri. Aderirono al comitato: l’Associazione fra i capitani marittimi, la Filarmonica G. Verdi, il circolo del Grande Oriente d'Italia, la Pubblica assistenza Croce Verde, il Circolo dei Giornalisti e la Società dei Divertimenti. Prima incombenza del comitato fu determinare il luogo dove, nel 1822, erano stati arsi i resti di Shelley. Per questo, il 29 settembre 1890, nel palazzo municipale, alla presenza di Cesare Riccioni, Filippo Benigno, Egidio Gemignani e Luigi Veronesi, furono raccolte le dichiarazioni giurate di Antonio Canova, Antonio Pezzini, Raffaello Simonetti, Giacomo Bandoni e Raffaello Canova, che allora furono testimoni del drammatico avvenimento, in un “Verbale” ufficiale controfirmato dal sindaco Edoardo Alessandro Tomei, dall'assessore Giuseppe Barsanti e dal segretario comunale Guglielmo Del Beccaro. In poco tempo si raccolsero i fondi necessari per la scultura, della cui realizzazione fu incaricato il prof. Urbano Lucchesi. Il rendiconto finale, pubblicato nel 1895, documenta che furono raccolte 2.159,50 lire; che la spesa totale per la realizzazione del monumento e per la cerimonia di inaugurazione fu di 2.079,98 lire, con un avanzo di cassa di 79,52 lire, che fu elargito alla Congregazione di Carità per l'erigendo ospedale di Viareggio. Il prof. Lucchesi non chiese nessuna retribuzione per la sua opera artistica. La cancellata intorno al monumento fu donata da Mary Shelley e dal colonnello Leight Hunt, mentre il basamento in marmo, realizzato dai fratelli Giannini, per una spesa di 750 lire, fu donato al Comitato da Ferdinando Nelli.

L'inaugurazione prevista per il 1892, in concomitanza con il centenario della nascita di Shelley, fu rinviata diverse volte causa imprevisti e contrattempi che negli anni avevano messo in luce forti contrasti sull'opportunità di innalzare una scultura all’autore del “Prometeo liberato”, al poeta maledetto oppositore di ogni tirannide, tanto che la notizia interessò la stampa nazionale che si divise su posizioni contrapposte.

Alla cerimonia, turbata da un tempo inclemente, partecipò un folto pubblico. Nella piazza spazzata dal vento si concentrò il lungo corteo che aveva sfilato per le strade della città preceduto dalla banda musicale e formato dai componenti dell’amministrazione comunale, dal colonnello Leigh Hunt, in rappresentanza della famiglia Shelley, e dalle delegazioni del Circolo anticlericale, della loggia massonica del Grande Oriente di Viareggio, delle Società di tiro a segno e dei divertimenti, degli studenti dell'Università di Pisa e del liceo di Lucca, accompagnati dal prof. Bonardi che prese anche la parola dopo il discorso inaugurale di Cesare Riccioni, presidente del Comitato promotore da anni impegnato per celebrare e immortalare la drammatica e sublime congiunzione che aveva legato Shelley a Viareggio, da poco elevata a rango di "Città", ma che da allora è entrata nella storia come predestinato “luogo del mito”.

Finalmente il busto di Shelley fu scoperto con rito solenne: Viareggio aveva eretto un altare all’oppositore di ogni tirannide e la notizia interessò anche la stampa nazionale che prese posizioni contrapposte.

Accanto alle numerose cronache della cerimonia, dove si legge che il “monumento fu scoperto fra viva commozione”, con il concorso “grandissimo delle cittadinanza in festa”, non mancarono le voci critiche.

Fra queste riportiamo quanto apparso su La Domenica Fiorentina del 7 ottobre 1894: «Segnaliamo il monumento consacrato sulla Piazza Paolina di Viareggio al poeta inglese Shelley. In Italia ci saranno ben cinquanta persone che ne hanno letti i versi; tra le quali se ne contano almeno venti che li hanno intesi tutti; e cinque o sei che se ne sono proclamati entusiasti. E quei cinque o sei si son fatti promotori del monumento alla memoria di Percy Shelley; il quale fra tante sue disgrazie volute, cercate e premeditate, ha avuto la fortuna di chiamarsi Percy Bysshe, con un cognome inglese. Percy Bysshe Shelley con tre issilonne; suona veramente bene in un discorso o in un articolo».

Lorenzo Viani, in uno scritto pubblicato nel 1922 sul numero unico “P. B. Shelley”, al quale collaborò anche Gabriele D'Annunzio, così descrisse il clima ostile che una parte della popolazione manifestò in occasione della cerimonia: «Quando il bronzo che ricorda il poeta, bronzo durevole soltanto nella materia, fu inaugurato in tutte le chiese di Viareggio si bofonchiarono preghiere fino a vespro perché l'effigie di un dannato da Dio veniva alzata alla gloria del sole». Negli anni della guerra, il busto di Shelley, inglese, rischiò di essere distrutto e per evitare ciò fu rimosso e occultato nel cortile sul retro di Palazzo Paolina dove rimase fino al 1946, quando per volontà del Comitato di Liberazione Nazionale, che aveva sede nell'edificio, fu collocato nuovamente nel centro della piazza. Durante queste operazioni andò dispersa la base della scultura e il bronzo fu poggiato direttamente sul piedistallo di marmo, così come ancora si trova, perdendo la leggerezza e lo slancio originali.

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