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Versilia

«Non potevano non sapere»

«Non potevano non sapere»

Il legale di parte civile: non c’è possibilità di perdono per chi ha fatto questo

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VIAREGGIO. «O vi fate intimidire, vi adeguate, legate l'asino là dove vuole il padrone o siete giudici. Io più chiaro di così non vi posso parlare. So quello che farete. Mi ci gioco la faccia. Ed essendo la faccia di un vecchio ha bisogno di qualche sua considerazione». Con queste parole Graziano Maffei, avvocato di parte civile anche per il Comune di Viareggio, affronta il tema degli ultimi giorni: il messaggio inviato dal ministro Graziano Delrio in difesa di Mauro Moretti, oggi ad di Finmeccanica e - ai tempi del disastro ferroviario di Viareggio - nello stesso ruolo in Ferrovie. Un messaggio che è stato - così il commento diffuso anche in casa Pd - un intervento a gamba tesa nel processo ancora aperto.

Maffei è avvocato di lunga navigazione. E ieri in aula rappresentava l’intera città più di chiunque altro. E così, guardando negli occhi i giudici del Collegio presieduto da Gerardo Boragine, affiancato dai colleghi Nidia Genovese e Valeria Marino, Maffei ha continuato: «Voi capite che qui si gioca molto di più delle responsabilità di uno o dell'altro, delle pene per l'uno o per l'altro. Questo ministro s'è montato la testa. Però il messaggio è diretto a voi. Bisogna che non diventi uno slogan. Perché è un processo sui fatti che hanno determinato la morte di trentadue persone. Ed accanto a questo, che rappresenta un valore enorme, c'è qualcosa di alto e di altissimo che è il valore della giustizia nella sua effettività, nella sua concretezza, nella adeguata applicazione della legge».

Parole forti, intense, che sembrano venire dalla pancia ma trovano invece l’estremo fondamento nel codice penale e nella serie infinita di normativa in ambito ferroviario che Maffei snocciola, anno dopo anno, arrivando a ridosso del disastro ferroviario di Viareggio, il 29 giugno 2009. Là dove le parole di Maffei sembrano quasi esplodere nel silenzio irreale dell’aula: «Ferrovie non potevano non sapere». Perché per «per fare andare i treni, come si dice in Toscana», c’è un ministero ed un intero castello di atti normativi di ogni tipo a stabilire che Ferrovie e le sue imprese sono l’unico ente ad avere «esperienza, capacità, organizzazione. E cultura». Ma questo è «l'humus della colpa, il brodo di coltura della colpa. Tu sei depositario di questo tesoro che appartiene a noi. Come ci appartiene la vita, la salute, la famiglia, la casa. E tu sei individuato, scelto e investito per tutto ciò, in ragione di tutto ciò. E queste sono le fondamenta della colpa. Perché con questo bagaglio, tu che sapevi non potevi non sapere in piena coscienza. Tu non potevi non sapere. È stato detto che conosci a pieno l'intera capacità della rete nazionale. Tu non puoi non avere visto. Tu devi vedere e devi apprezzare il significato di quello che vedi. E non puoi dimenticare che quello che vedi entra nella vita, nella salute e nella proprietà di ciascuno e dell'ambiente». Ed ogni tu può essere sostituito con Fs.

Altro che responsabilità operative del ministero, come hanno tentato di argomentare le difese che hanno portato in aula quella che hanno ritenuto essere “l’arma segreta”, ovvero la professoressa Luisa Torchia, che sfiorò la nomina a ministro nel 2011. Maffei tira un filo ben teso che attraversa tutti i pezzi del puzzle strage di Viareggio: la chiave di lettura è costituita «dal significato delle disposizioni e delle prescrizioni di esercizio. E l'esercizio è far viaggiare un convoglio dall'origine alla destinazione e farlo in un tempo determinato». Il che fa entrare in campo l’aspetto della velocità. Un insieme di elementi, in fila uno dietro l’altro, a definire un «quadro completamente trascurato di omissioni irragionevoli, ognuna delle quali ove fosse stata sanata avrebbe potuto scongiurare l'evento». Insomma, «non è stato fatto alcunché negli anni. Ed il protrarsi di questa condizione alla fine provoca quello che in sintesi estrema è rappresentato dallo spettacolo terribile sui binari di Viareggio».

Queste persone - è la conclusione di Maffei con riferimento agli imputati - «sapevano qual era la situazione. E sapendolo si sono voltati dall'altra parte. Stiamo parlando della possibilità di salvare delle vite umane. Avevano almeno un'ultima scelta: ridurre la componente velocità». La colpa, così, «raggiunge livelli irrimediabili e non c'è possibilità di perdono per le persone che questo hanno fatto. Delle quali chiedo la condanna».

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