Sicurezza
Marco oggi grida Per tutti i morti
Piagentini ha perso i figli Luca e Lorenzo e la moglie Stefania Maccioni. Ieri anche il ricordo di Andrea Falorni
VIAREGGIO. “Requiescat” è l’ultima parola al termine delle sette ore di discussione dell’avvocato Graziano Maffei. Lì dentro ci sono i corpi bruciati dei morti e dei vivi. C’è Andrea Falorni, l’uomo che i fratelli hanno cercato per giorni, polverizzato dall’esplosione che lo colto mentre portava a spasso il cagnolino. Ne hanno ritrovato un frammento guidati da una fila di formiche tra le macerie e la polvere. E ci sono Luca e Lorenzo Piagentini, 5 anni e 2 anni. E c’è la loro mamma, Stefania Maccioni, la cui famiglia tutta è da sette anni in strada insieme agli altri familiari e da tre nell’aula del dibattimento, udienza dopo udienza, insieme a tutti gli altri.
«Marco è una delle persone migliori che si possa incontrare, un grand'uomo e un gentiluomo», così l’avvocato Maffei nel chiudere il proprio intervento in aula. Marco che è rimasto solo con il figlio Leonardo e con una famiglia, quella di papà Roberto, che non lo ha mollato un attimo. Marco che tutti cercano per dare fiato all’informazione del dolore, mentre lui vuole parlare di binari, di normativa, di antisvio che ancora i carri merci che trasportano merci pericolose ancora non montano obbligatoriamente.
Marco che - ricorda Maffei - «si deve nascondere dalla luce del sole, da quando lo hanno dimesso da quel luogo terribile dove gli hanno salvato la vita martoriandolo».
Come sta oggi Marco Piagentini davvero, dentro e fuori? «Me lo chiedo e non ho il coraggio di chiederlo nè a lui nè ai medici». Procedura impone che al termine della discussione gli avvocati di parte civile tocchino l’argomento risarcimenti. Non l’ha fatto nessuno dei legali, che hanno affidato al deposito cartaceo l’argomento denaro di fronte a trentadue morti. «Qualunque sia questo risarcimento per Marco, per la moglie, per gli altri sarà sempre nulla», ha concluso Maffei prima di aggiungere quel “Requiescat” che più di un volume di parole ha riportato tutti in quel parco bruciato di via Porta Pietrasanta, ad un passo dalle macerie della casa della famiglia Piagentini, casa che oggi non c’è più.
È li che in tanti hanno assistito al salvataggio di Leonardo, hanno sperato che nonno Roberto riuscisse ad avere notizie dei due piccoli che in quella notte abbiamo tutti imparato a conoscere, figli di tutti. Figli di una città intera che non ha perdonato. Nei giorni successivi al disastro ferroviario la famiglia Piagentini/Maccioni era parente di tutti. Al mare, a scuola, a fare la spesa: tutti li conoscevano, ognuno aveva un ricordo, e non si è spezzato neppure un minuto il filo che ha legato Viareggio a Marco, degente al Centro grandi ustionati di Padova.
«Urlavo ma nessuno mi sentiva perché avevo la gola bruciata» ha raccontato in aula nel maggio 2015 Piagentini testimoniando e raccontando il suo calvario. «Scappo perché ho un’intervista con una radio. E questa sera mi ci trovano...», sono state invece le parole dello stesso Piagentini, ieri, al termine della discussione del suo avvocato. Perché Marco oggi grida. Insieme a tutti i familiari delle vittime della strage di Viareggio, da presidente dell’associazione “Il mondo che vorrei”. Ha gridato quando lo Stato non si è costituito parte civile (Governo Letta), ha gridato ad ogni no del Quirinale che non ha ricevuto Piagentini e Daniela Rombi fino a quando Giorgio Napolitano non ha lasciato il posto a Sergio Mattarella. Ed ha gridato ancora, Marco, in questi giorni - a ridosso della richiesta di condanne da parte della Procura di Lucca - quando il ministro dei trasporti Delrio è entrato nel processo ancora da concludere per prendere le difese di Mauro Moretti rispetto ai sedici anni richiesti dai pubblici ministeri Giuseppe Amodeo e Salvatore Giannino.
«Dovremmo fuggire da quest’aula per capire qualcosa di più», sono ancora le parole dell’avvocato Maffei. «Fuggire per andare là dove ci sono i bambini. Quelli per i quali io sono venuto qui oggi. A vedere che giocano, in quelle fotografie in cui resteranno per sempre bambini. Giocano e ridono e sono tranquilli, di quella tranquillità indotta sicuramente anche dalla presenza dei genitori, capaci di tranquillizare perché tranquilli a loro volta. Fiduciosi che le promesse avute vengano mantenute, che la legge venga rispettata, che le determinazioni di provenienza europea vengano rispettate, così come i regolamenti. Sicché nessuno corra pericolo e si faccia male. Ma non andò così. E allora si è cercato in ogni maniera di organizzare la fuga dalla colpa e dalla responsabilità». Una scelta che somma colpa alla colpa.
Donatella Francesconi
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