Sicurezza
False assunzioni, dieci condanne
L’associazione a delinquere lucrava sui permessi di soggiorno: ogni contratto di lavoro tremila euro
VIAREGGIO. Agiva come un’associazione a delinquere con ruoli e azioni mirate per lucrare sulla necessità degli stranieri di regolarizzarsi. Da chi aveva messo in piedi il business a chi lo rendeva possibile intervenendo come datore di lavoro fittizio o professionista incaricato di elaborare la documentazione.
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A distanza di sei anni dagli arresti, l'inchiesta "Gelsomino", dal nome di un venditore di fiori di Pisa da cui partirono le indagini, è arrivata al traguardo del primo grado di giudizio: dieci le persone condannate, otto quelle assolte. È stato il tribunale di Pisa a pronunciare la sentenza che riconosce l'esistenza di un'associazione a delinquere per ottenere permessi di soggiorno dietro il pagamento di assunzioni fasulle. Un’associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina e al falso ideologico operativa da Viareggio a Lucca, da Livorno a Pontedera, da Pisa a Firenze.
Tra i condannati un viareggino, Dante Matteoni, cinquantasei anni, ragioniere: per lui un anno e tre mesi per falso ideologico. Gli altri condannati: Enrico Galloppo, 70 anni, di Pisa, 7 anni e 5 mesi, considerato la mente del giro; Fabio Campigli, 53 anni, Santa Croce, 3 anni e 4 mesi; Pinuccio Parenti, 53 anni, residente a San Piero a Grado, 2 anni e 7 mesi; Antonio Sassano, 71 anni, domiciliato a Pisa, 3 anni e 8 mesi; Michele Volpe, 45 anni, residente a Cascina, 2 anni e 10 mesi; Fabio Mambrini, 51 anni, di Cascina, 2 anni e 8 mesi; Mohamed Abdul Mannan, 51anni, residente a Pisa, 2 anni e 6 mesi; My Abdelmajid El Youssoufi, 44, domiciliato a Pontedera, 2 anni e 7 mesi; Nadeem Hasnain Naqui Syed, 46 anni, domiciliato a Lucca, 2 anni.
Per la Procura della Repubblica, gli imputati avevano alimentato, con responsabilità diverse, un traffico di regolarizzazioni fasulle che venivano fatte pagare 3mila euro ciascuna. Le assunzioni avvenivano in imprese esistenti solo sulla carta e dotate alla bisogna di prestanome che si offrivano come datori di lavoro di possibili badanti, a volte immigrati stessi, bengalesi, senegalesi, cinesi, egiziani e pachistani. I reclutamenti dei prestanome e di chi da clandestino voleva mettere le carte a posto avvenivano - così hanno ricostruito gli inquirenti - nei luoghi più frequentati dagli immigrati: call center, minimarket, kebab.
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