Strage di Viareggio. Mirella Pucci: era la strada della vita
Tiziana Pedonese, legale della figlia di Mario, ha puntato il dito sull’officina Cima
VIAREGGIO. Tra le firme degli abitanti di via Ponchielli che avevano chiesto a Ferrovie una protezione tra i binari e le case, c’era anche quella di Mario Pucci, 90 anni. Morto nella casa bruciata insieme alla badante Ana Habic, 42 anni. Ieri, in aula, l’avvocato Tiziana Pedonese - legale di parte civile per la figlia Mirella ed il marito di lei, Vincenzo Massimo Orlandini.
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«Mirella - ha ricordato Pedonese - ha rifiutato l’offerta economica arrivata a ridosso chiusura dibattimento. Perché ha sempre affermato “Io in questo processo voglio restarci”». Lei che - ha ricordato l’avvocato - «in via Ponchielli, che era la strada della vita, conosceva tutti», oggi convive con il peso della morte del padre, di tante persone che anonime non erano, «sedici della quali hanno trovato la morte nelle case della famiglia Pucci».
Tiziana Pedonese fa parte del gruppo di avvocati viareggini (Andrea Bagatti, Maurizio Dalla Casa e Tiziano Nicoletti sono gli altri) che ha portato in aula un lavoro collettivo, con singoli pezzi della complessa vicenda processuale di questi sette anni. E le sue parole, nel prendere in esame l’officina “Cima” di Mantova - l’ultima a dare il via libera all’assile che nel giro di tre mesi si è fratturato provocando il deragliamento - sono state di piombo: «Sarebbe bastata una diligenza di infimo livello». Sarebbe bastato che chi doveva effettuare su quell’assile un esame visivo si fosse accorto di quello che si vede senza sforzo nelle foto mostrate in aula - in parallelo - dall’avvocato Pedonese: «Due sale di colori diversi e su una stessa sala due ritocchi che un attento esame visivo avrebbe sicuramente messo in rilievo». Basta ad innescare delle domande su quei pezzi? Evidentemente no, è l’amara conclusione. (d.f.)
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