Il Tirreno

Versilia

Guidetti lancia la sfida «Sì allo show del mare senza lasciare Genova»

di Matteo Tuccini
Guidetti lancia la sfida «Sì allo show del mare senza lasciare Genova»

Il patron di Fipa: l’impegno su Viareggio dev’essere massimo «Ma non si abbandona un salone di livello internazionale»

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VIAREGGIO. «Ho investito cinquanta milioni di euro nel Polo nautico. E mi hanno contestato di aver messo delle palme». Il tasto dolente di Francesco Guidetti, patron del gruppo Fipa, è ancora lì, nel cuore della Darsena. I sindacati danno battaglia anche nei tribunali contro il frazionamento della concessione di Polo nautico: lo ritengono un errore strategico, perché in questo modo - dicono - non si possono più costruire i megayacht chiesti dal mercato. Guidetti è di parere opposto: «La nautica deve ripartire dalle barche piccole», dice. Ma non è solo la nautica che deve ripartire davvero: è tutta Viareggio. E Guidetti spera che accada anche con un salone nautico viareggino, uno show del mare che però non vada a sostituire Genova.

Di questo, del futuro del settore e della città si parla con Guidetti, che è rimasto fedele all’appuntamento ligure. A differenza di altri big - come Azimut Benetti - in contrasto con Ucina, l’associazione di settore legata a Confindustria.

Guidetti, perché Fipa ha deciso di andare a Genova?

«Non sono un dissidente di Ucina e non ambisco a cariche. In più mi sembrerebbe controproducente. Abbiamo un salone come quello ligure, di valore italiano e internazionale. Penso sia corretto esserci».

Che cosa intende per «ambire a cariche»?

«Ci sono persone più vicine alla politica di altre. Io sono apolitico. Ucina può fare meglio, ma credo che sia necessario migliorare stando all’interno».

Che cosa ne pensa dello show del mare a Viareggio?

«Se è fatto bene, sono d’accordissimo. Ma non posso pensare che questo accada in sostituzione di Genova. Che resta un appuntamento importante. Credo sia più giusto che le due manifestazioni coesistano».

La “ripresina” c’è davvero, come sostengono i suoi colleghi?

«Sì. C’è un risveglio e c’è un aumento di commesse. Noi, come Fipa, abbiamo in piedi quattro-cinque costruzioni. Registriamo un riavvicinamento della clientela, anche italiana. Ma bisogna che cresca la domanda, che torni la voglia di andare in acqua. E che cambino la mentalità e i messaggi inviati all’opinione pubblica. In Italia chi ha una barca non è una persona seria; all’estero non è così, basti pensare agli Stati Uniti dove il sentimento è opposto, ed è di ammirazione. La lotta all’evasione deve essere condotta, ma senza populismi. E con una gestione corretta dei controlli. Amici mi dicono che, nonostante le loro imbarcazioni abbiano il bollino blu, iniziativa tra l’altro intelligente (serve ad evitare di essere sottoposti agli stessi controlli, ndr), la Capitaneria li fermi tre volte in poco tempo. Su questo la politica ha necessità di intervenire, per semplificare ed aiutare».

E i cantieri cosa possono fare?

«Per quanto ci riguarda, la nostra strategia è metterci la faccia. La nostra storia fa capire chi siamo e che prodotto facciamo. Siamo in tutto il mondo con questo obiettivo».

Da tutto il mondo fino a Viareggio. Cosa bisogna fare per rilanciare la Darsena?

«Nella nostra città, ma potrei dire anche nel Paese, “fare” è diventato impossibile. Nessuno si prende la responsabilità delle cose, perché si rischia di pagarne le conseguenze. Sul Polo nautico abbiamo investito milioni, senza ottenere i risultati sperati. Anzi, ci hanno denunciato per delle palme. Abbiamo risistemato un immobile e il Comune ci ha chiesto i soldi. Di fronte al cantiere di via Giannessi, invece, abbiamo pensato noi a ripulire e a togliere il degrado. Detto questo, l’impegno su Viareggio dev’essere sempre massimo. Il salone va bene, ma anche sul porto bisogna rimettere mano. A partire dalla gestione delle banchine. Che quest’estate erano vuote. In ogni caso, la crisi ci ha fatto perdere molte professionalità: sarà difficile tornare ai fasti di un tempo».

@matteotuccini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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