Sicurezza
Tornano in aula le storie di Orsi, Batistini, Pucci
VIAREGGIO. Un processo nazionale, quello al disastro ferroviario di Viareggio, sette anni fa, trentadue morti. Perché è un processo ai troppi buchi nel sistema di sicurezza di Ferrovie, perché porta...
VIAREGGIO. «Rete ferroviaria italiana e Trenitalia non avevano autonomia societaria ma erano gestite dall'ingegnere Mauro Moretti, amministratore delegato del Gruppo Fs, come uffici distaccati, divisioni della capogruppo». Sono le parole dell’avvocato Riccardo Carloni, per la parte civile Claudio Menichetti, padre di Emanuela, morta a soli 21 anni dopo 40 giorni di agonia da quella maledetta notte del 29 giugno 2009. Per Moretti la Procura di Lucca ha chiesto una condanna a sedici anni di reclusione, senza attenuanti di alcun tipo. Una richiesta che il ministro dei trasporti Graziano Delrio - entrando a pieno nel passaggio delicatissimo tra la richiesta di condanne e sentenza, tutte attività che attendono al potere giudiziario - ieri sera ha commentato in tv con «credo sia una sproporzione enorme». Perché «è difficile pensare che l'ad di Fs possa avere una responsabilità così enorme».
È difficile pensarlo o è difficile digerire quanto ascoltato in aula, documento dopo documento, nelle parole dei pm? Soprattutto per la politica italiana sotto le insegne del Partito democratico che ha promosso Moretti imputato, lo ha nominato Cavaliere del lavoro da indagato, non ha detto una sola parola quando il vertice delle Ferrovie dello Stato italiane ha espresso la propria opinione sulle indagini della Procura di Lucca a suon di ripetuti comunicati pubblici, non ha visto la costituzione di parte civile dello Stato, ed infine ha premiato lo stesso Moretti nel giorno della richiesta di condanna. Come non mancano mai di sottolineare i familiari delle vittime, da sette anni a questa parte.
«Ma il ministro Delrio ci ha mai guardato negli occhi a noi familiari delle vittime?», è la risposta immediata di Daniela Rombi, vice presidente dell’associazione “Il mondo che vorrei”: «Quella del ministro è un’ingerenza gravissima nella vicenda giudiziaria. Ma come si permette?».
Tante società, unica impresa. La discussione dell’avvocato Carloni, che si è avvalso sul tema specifico della responsabilità della holding Fs della consulenza di Paolo Rivella, esperto a livello nazionale di intrecci societari, più volte consulente della Procura di Torino, ha ripreso da dove aveva concluso il pubblico ministero Salvatore Giannino, nella penultima udienza. «Alla fine l’ingegner Moretti - sono state le parole proprio di Rivella ascoltato in aula - si riteneva l’amministratore di tutto il Gruppo. Ed il ragionamento era: tante società, unica impresa». Parole nate dallo studio approfondito di una voluminosa documentazione: «I documenti mostrati e commentati dimostrano che all'epoca del fatto la capogruppo Fs si ingeriva costantemente nella gestione di Trenitalia Spa e di Rfi Spa», è la conclusione del consulente richiamata in aula dall’avvocato Carloni.
«Il potere di direzione e coordinamento della capo- gruppo - sono le parole di Rivella - tramite il suo amministratore delegato, ingegner Mauro Moretti, si esplicava ben oltre i termini tipici, dando luogo ad una conclamata forma di amministrazione di fatto».
Infortunio sul lavoro. Il professor Enrico Marzaduri, per le parti civili Daniela Rombi, Provincia di Lucca e Croce Verde di Viareggio, si è occupato specificatamente - nel suo intervento in aula - della riconduzione dell'episodio nell'ambito degli infortuni sul lavoro, tema di cruciale importanza sotto vari profili. «Difatti, se ciò non fosse - ha ricordato Marzaduri - verrebbero subito meno le ipotizzate responsabilità parapenali per gli enti coinvolti, non opererebbero le aggravanti conseguenti alla violazione della normativa antinfortunistica, si avrebbe una prescrizione drammaticamente ravvicinata per tutti i casi di omicidio colposo ed inoltre svariate posizioni degli imputati risulterebbero prive di adeguato collegamento con la violazione di norme cautelari tali da implicarne la responsabilità».
Nello sviluppare la propria argomentazione, Marzaduri ha sottolineato come «la posizione di garanzia riguardante i vertici delle imprese ferroviarie non possa essere confinata nell'ambito del luogo di lavoro, così da escludere - come le difese degli imputati vorrebbero - la responsabilità antinfortunistica per chi - e sono le 32 vittime del disastro- si trovavano al di fuori dell'area strettamente considerata luogo di lavoro ferroviario».
L’avvocato ha poi osservato come «il dibattimento abbia evidenziato l'assoluta indifferenza delle imprese ferroviarie nei confronti di una adeguata verifica della manutenzione che doveva essere effettuata sul fatale assile, quando invece le regole imponevano detta condotta».
Oggi si torna in aula con la discussione delle parti civili in un’udienza sulla quale inevitabilmente gravano le parole pronunciate ieri sera dal ministro dei trasporti Delrio. E l’inevitabile ferita creata ai familiari delle vittime da quelle stesse parole.
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