Sicurezza
Fuggo dall’inferno, volevano uccidermi: ora voglio stare qui
Barconi, fame, cadaveri: parlano i trenta della tendopoli C’è chi è venuto dal Pakistan camminando per mesi
di MELANIA CARNEVALI
Shaibu gingilla con un Tasbeeh (il rosario musulmano) fissando una pozza d’acqua nell’erba. Accanto a lui due giovani nigeriani giocano a ping pong. «Sono dei veri campioni loro», dice. Occhi scuri, pelle nera, sorriso gigante di chi ha sofferto troppo ma sa godersi il dopo. Ha 19 anni e viene dal Ghana. È uno dei trenta richiedenti asilo ospitati nel campo profughi allestito dalla Croce rossa, a Ripa. Un pezzo di giardino nella sede dell’associazione, dove sono stati piazzati sei tendoni blu con cinque letti ognuno, un box con docce e bagni e niente di più. Un campo provvisorio – fa sapere la Prefettura di Lucca – allestito giovedì scorso in fretta e furia per accogliere i migranti “in più” di Lucca e che verrà smantellato tra una decina di giorni, quando i richiedenti asilo verranno, nel flipper dell’accoglienza, trasferiti da un’altra parte ancora, smistati nei vari comuni della provincia. «Non importa dove andrò – dice Shaibu - l'importante è rimanere in Italia».
Lui, in Ghana, era una promessa del calcio. Ma nel Golfo della Guinea avere sogni porta solo incubi. «Durante una partita – racconta – ho rotto un ginocchio a un giocatore dell’altra squadra, ma la mia famiglia non aveva soldi per pagare l’operazione. La sua famiglia quindi ha iniziato a perseguitarmi: sono iniziate spedizioni punitive, entravano in casa di notte e mi picchiavano. Sono dovuto scappare, altrimenti mi avrebbero ucciso». Così è andato in Libia, dove viveva il fratello maggiore. Ma lì ha trovato un altro inferno. L’ultimo girone dell’umanità. Il Paese era già precipitato infatti nella guerra civile e intere città erano state occupate dal Daesh. «I miliziani ci saccheggiavano continuamente: quello che mio fratello guadagnava doveva darlo a loro», ricorda. Poi fa una pausa. Gira il rosario due volte attorno all’indice. E riprende. «Una volta entrarono di notte in casa: mentre due ripulivano le stanze, altri due ci massacravano di botte. È lì che mio fratello mi ha detto: “devi andartene”. E mi ha dato 500 dinari per pagarmi il viaggio».
Dalle tende esce la musica reggae dei cellulari e parole e frasi senza senso per chi non conosce quella lingua africana. «Siamo partiti dalle coste libiche di notte - continua Shaibu - eravamo in 150 circa in un barcone che ne poteva contenere la metà. Gli uomini stavano ai lati, le donne in mezzo. C’era anche una donna incinta che a un certo punto ha iniziato a perdere sangue. Quando siamo arrivati a Lampedusa, l’hanno fatta partorire, ma il bimbo era già morto».
Il sole dietro si infila tra le nuvole e inizia timido ad asciugare le tende inzuppate da tre giorni di pioggia. Dentro un tendone, un giovane pakistano prega rivolto alla Mecca, mentre fuori un ragazzo indiano stende i panni appena lavati. Si chiama Jagsir e ha 30 anni. «Sì, sono indiano ma vivevo in Libia», racconta. Una cicatrice gli taglia il labbro a metà. Ha denti rotti, alcuni non li ha più. «Succede quando vivi in un territorio occupato dell’Isis», si fa capire in inglese. E non racconta altro. Non vuole o non ce la fa.
È arrivato due mesi fa con un barcone a Catania e da lì è stato portato a Lucca, poi a Ripa. Vuole vivere in Italia: questa è l’unica certezza che ha.
In tenda con lui un giovane pakistano con cui ha fatto il viaggio nel Mediterraneo: Hussein, 33 anni. «Hi!», dice strizzando gli occhi. Si è appena svegliato. Anche lui viveva in Libia da diversi anni, da prima che il Paese venisse dilaniato dai conflitti. «La zona dove vivevo è stata distrutta dai combattimenti. A uscire di casa si rischiava la vita», racconta Hussein, infilandosi la maglietta.
«No, non so nuotare - riprende - e non avrei mai preso la via del mare se avessi avuto alternative». Gli occhi scuri si inumidiscono. Deglutisce il ricordo e poi lo sputa fuori. «Prima di me erano partiti i miei amici e i miei cugini». Silenzio. «Molti di loro non sono mai arrivati». Ancora silenzio. «Il mare ci ha restituito solo un corpo nelle coste della Sicilia».
Dei trenta richiedenti asilo ospitati nel campo di Ripa la maggior parte viene dall’Africa, dal Ghana, dalla Libia, dalla Costa D’avorio, attraverso la tratta maledetta del mare. Molti altri invece sono arrivati in Italia dopo chilometri e chilometri di deserto e asfalto, di boschi e fiumi, mesi di strade infinite srotolate - questa la speranza - verso una nuova vita. Sono una decina infatti i pakistani ospitati nel campo.
Tra loro c’è Naim, 22 anni, ex studente, scappato dalla furia dei gruppi terroristici pakistani che, nel Paese, hanno come obiettivi prioritari proprio le scuole, le università, gli intellettuali. Tutti i luoghi e le persone della cultura dei giovani, dove si trova l’humus per la formazione di un pensiero democratico, di rispetto e tolleranza che non si addice a un territorio controllato dai talebani. «In Pakistan, o fai parte dei gruppi estremisti o non vivi», racconta Naim nella mensa della Croce rossa allestita dentro l’edificio della sede. È appena finito il pranzo ed è il suo turno di pulizia. «In Pakistan - racconta - non si può studiare. Se gli estremisti sanno che vai all’università ti perseguitano, ti torturano. Non vogliono che tu sappia quello che succede fuori dal Pakistan. E poi le università sono i principali bersagli degli attentati: ho perso tantissimi amici sotto la dinamite».
Negli ultimi 13 anni gli attentati terroristici in Pakistan hanno causato circa 60mila vittime. La maggior parte proprio studenti e insegnanti. Una nazione, quella, che non a caso adesso ha come eroe Syed Hamid Hussain, un giovane assistente di chimica alla Bacha Khan University a Charsadda, nel Nord del Paese, che ha cercato di difendere i suoi allievi dalla furia dei terroristi prima di essere colpito a morte. «Quello che è successo a lui, succede continuamente in Pakistan», riprende Naim. Indossa una maglietta rossa con la scritta New York e un marsupio della Eastpak che gli è stato regalato da una volontaria di Lucca. È arrivato in Italia a piedi. Tre mesi di viaggio attraverso Iran, Turchia, Bulgaria. E ancora Serbia, Ungheria, Austria. «Attraversavo i confini sempre di notte - racconta sorridendo, come se stesse raccontando una favola - ma in Bulgaria la polizia mi ha beccato: mi ha preso tutto quello che avevo, cellulare, soldi, vestiti e poi mi ha lasciato andare. Da quel momento sono stato giorni e giorni senza mangiare: mi sono ritrovato a bere anche l’acqua del fiume».
Nella sala mensa c’è anche Ali, 33 anni, anche lui pakistano. Finisce di spazzare e si siede su una panca. Si arrotola una sigaretta. «Anch’io ho attraversato mezzo continente a piedi - inizia a raccontare, cercando le parole in inglese nel dizionario online - ma quando scappi da una prigione non conti i chilometri che fai». In Pakistan faceva il contadino. Aveva la sua terra, insieme alla famiglia. Fino a quando gli estremisti non sono andati a cercarlo per dirgli che doveva arruolarsi con loro. Non voleva. Voleva una vita normale, come tutti. E ha preso la strada dell’Europa. Prima via terra, attraversando l’Iran e la Turchia, un po’ a piedi e un po’ in autobus. Poi via mare: a Bedrum ha preso un gommone per la Grecia. E poi su su nella penisola balcanica, attraversando terre e fili spinati.
«In Grecia sono stato accoltellato e derubato - ricorda Ali - nei paesi dei Balcani succede spesso che i migranti vengano derubati».
Fuori il sole delle due del pomeriggio ha ormai asciutto tutto. Le nuvole sono nascoste dietro le Alpi Apuane. «Ora vorremmo solo imparare italiano e farci una nuova vita qui», dice Ali in inglese. «Dieci-quattro giorni», prova in italiano. Quattordici? «Sì, quattordici», dice. Ha fatto solo quattordici ore di lezioni di italiano tra Udine, la prima città in cui è arrivato, e Lucca. Poi più nulla. «Prima impariamo la lingua e prima riusciamo a rifarci una vita», chiarisce Ali tornando all’inglese. «Io, appena saprò l’italiano, voglio iscrivermi all’università e continuare a studiare», incalza Naim, tirando fuori i suoi sogni, quelli di un ragazzo di 22 anni, che ha attraversato mezzo mondo a piedi, in fuga dall’odio, alla ricerca di una sola cosa: la pace.
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