Sicurezza
Carta, colla e genio Ecco come Bocco raccontava la vita
In Cittadella una mostra delle sue opere ad un anno dalla scomparsa del carrista
VIAREGGIO. «Avete mai visto una strada o una piazza intitolata al D'Arliano, al Pardini o a qualche altro costruttore?». In quella domanda retorica sussurrata dal carrista Carlo Vannucci ai figli si annidava tutto il malcontento per una Viareggio ingrata, mai pienamente riconoscente verso chi la aiutò a risollevarsi dalle macerie della guerra e contribuì a renderla famosa ben al di là della Fossa dell'Abate. Anche adesso che Carlo Vannucci - da tutti conosciuto come "Bocco" nel mondo del Carnevale - non c'è più da quasi un anno, la toponomastica cittadina è rimasta grossomodo la stessa di allora. In compenso, gli viene dedicata l'imminente mostra alla Cittadella che aprirà e chiuderà i battenti in due date che hanno letteralmente scandito la sua esistenza: verrà inaugurata il 15 settembre, il giorno in cui venne al mondo nel 1920, per concludersi il 30 settembre, quando invece è venuto a mancare.
La mostra. E a ben pensarci, nello spazio dell'hangar numero otto, ci sarà un ampio riassunto della vita di “Bocco”: saranno esposti i suoi quadri, i disegni, i bozzetti dei carri che ha realizzato, ma anche di quelli che ha disegnato per altri costruttori, e perfino quei progetti rimasti solo un'idea su carta. E poi le foto, tante, che lo ritraggono. Un corposo materiale che sarà possibile visitare tutti i pomeriggi dal lunedì al sabato dalle 15.30 alle 19.
Chi era “Bocco”. Lo si potrebbe definire un carrista fuori dal coro. Nel senso che Vannucci, a differenza di molti suoi colleghi - due nomi su tutti: Giovanni “Menghino” Lazzarini e Silvano Avanzini -, raramente si è cimentato nella satira politica, preferendo ripiegare su temi d’evasione, di fantasia. Una leggerezza che, si badi bene, non era certo superficialità o frivolezza. No, era la leggerezza tipica di chi guarda il mondo da una prospettiva insolita, filtrandolo laddove possibile con lo sguardo meravigliato di un bambino. E proprio in età da “bamboretto”, come si era soliti dire a Viareggio, esplose l’amore di Vannucci per la pittura, una passione che coltiverà per tutta la vita: ha appena 14 anni quando entra in contatto con artisti quali Alfredo Catarsini, Mario Marcucci e Renato Santini. L’ingresso ufficiale nel Carnevale, invece, arriva al termine della Seconda guerra mondiale, quando Vannucci torna nella città natale dopo svariate peripezie. Partito militare sul fronte africano e fatto prigioniero dagli inglesi, finisce in luoghi esotici e ancora poco conosciuti: Porto Said, Bombay, l’Australia. Rientrato in città dopo sette anni di assenza, nel 1948 gareggia - e vince - tra le mascherate di gruppo con “Gli eroi della spiaggia”, parodia della Viareggio balneare. Tanto basta per salire tra i carri grandi già l'anno seguente, quando si prende gioco dei bagordi carnevaleschi con “Pancia mia fatti capanna”.
Il primo trionfo. Vannucci deve solo attendere pochi anni per festeggiare anche nella categoria più importante. È il 1953 e il comitato organizzatore dei corsi mascherati sceglie come filo conduttore il tema del “Carnevale attraverso i tempi”: i costruttori daranno forma di cartapesta a fatti e personaggi storici e Vannucci, che appena un paio d'anni prima ha stretto un sodalizio con Sandro Bertuccelli, sceglie la figura di Lorenzo il Magnifico. Il titolo della loro costruzione viene quasi naturale: “Chi vuol esser lieto sia”. E i due saranno lietissimi di apprendere che la giuria dei carri grandi li ha ritenuti i più meritevoli del primo posto. Una gioia che Vannucci riassaporerà però soltanto dopo quasi quarant’anni, stavolta affiancato dal figlio maggiore Enrico.
Tanta evasione, poca satira. “Bocco” non è mai stato un carrista smaccatamente di satira. Un primo tentativo si registra nel 1961 con “Ballata cubana” che gli vale il secondo posto: al centro della costruzione campeggia il faccione di Fidel Castro (eh sì, erano già i tempi del Líder Máximo...). Ma più che agli scenari politici, Vannucci è spesso sensibile ai cambiamenti in atto nella società, come l'improvviso e crescente afflusso di automobili e motociclette nelle metropoli italiane (“Giunga d'asfalto” del 1965) o lo storico primo trapianto di cuore effettuato dal chirurgo sudafricano Christiaan Barnard (“Un cuore nuovo” del 1969) o ancora la diffusione della droga (“Un giardino da salvare-La malerba” dell'anno seguente). Non mancano omaggi alla sua Viareggio come in “Gioia di Carnevale”, “Carnevale nel cosmo” e “Cotte e stracotte”, anche se - paradossalmente - si avvicina al successo grazie ancora a una costruzione tutta improntata alla satira politica: siamo nel 1976, sui giornali si fa un gran parlare del compromesso storico tra comunisti e democristiani e “Bocco” lo rilegge in chiave manzoniana con “Questo matrimonio non s'ha da fare”, raffigurando Berlinguer e Moro come dei novelli Renzo e Lucia. Un altro bel secondo posto arriva esattamente dieci anni dopo con “La bella e la bestia”, una delle sue costruzioni più riuscite. L'anno dopo cederà pure lui alla tentazione di raffigurare Giulio Andreotti, al quale è stata più volte attribuita l'esternazione «un politico non vale niente se non è raffigurato sui carri del Carnevale di Viareggio».
L'ultima fatica. Nel 1992 torna finalmente a festeggiare con “Attenti al lupo”, allegoria sui problemi della neonata Comunità Europea, e dodici mesi dopo firmerà la sua ultima costruzione: s'intitola “Curiamo il mondo” e ruota attorno alla figura del cantante Michael Jackson (curiosità: il mascherone al corso di apertura indossa un elegante giacca blu che diventa rossa nelle sfilate successive). Una volta ritiratosi, continua a dedicarsi a pieno regime alla pittura e ai quadri. Nel 2010, in occasione dei suoi novant'anni, gli viene dedicata una bella festa in Cittadella: ora è la volta di questa mostra. Non sarà come intitolargli una via - e in effetti sarebbe il giusto tributo a chi, come si dice in questi casi, «ha fatto grande il Carnevale» -, ma è pur sempre un ricordare. E, soprattutto, un non dimenticare.
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