Il Tirreno

Versilia

Puccini e le donne

di ADOLFO LIPPI
Puccini e le donne

Da amanti a eroine delle sue opere immortali

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di ADOLFO LIPPI

Puccini ebbe tre padroni: la musica, la caccia, le donne. E tutto visse sotto l’infernale gelosia della compagna, poi moglie, Elvira Bonturi che gli rese la vita difficile ma scoppiettante, libertina, fascinosa, infuocata, mentre Viareggio, la città edenica, radiosa di palafitte in acqua e resinosa di pinete ricche di cacciagione, gli fece da lussureggiante, solare scenario e dove vi consumò tresche, tradimento, scappate in motoscafo lungo i canali e il lago, riappacificazioni, passioni clandestine e, soprattutto, mangiate pantagrueliche di fagiani arrosto e pernici fritte che gli costarono, ancor giovane, un brutto diabete mellito.

Puccini viareggino (macché Lucca, Lucca “un mi garba” avrebbe detto) è un uomo in bilico tra due secoli significanti. Puccini fu l’Ottocento romantico, verista, wagneriano, naturalista, poeta carnalissimo e fu il Novecento nevrotico, depresso, positivo, dodecafonico, eroe cinematografico (quando il cinema era agli inizi), amante selvaggio e fu l’Ottocente parsimonioso, manina corta, sparagnino, e fu il Novecento godereccio, spendaccione, motociclista ed autista scapicollato.

Insomma Giacomo Puccini, il sor Giacomo, quando sedeva fisso al Gran Caffè Margherita sulla passeggiata, attento come un falco alle spumeggiante prede femminee, era un flaneur campione di avventurose burrasche sentimentali e subito la scancellava, la ripeteva, la rinnovava, insicuro sempre, feroce nello strappare partiture, pentito, perfezionista, ora scrupoloso, ora maniacale, cangiò almeno quattro volte le “Butterfly”, cacciò librettisti ed altri li maltrattava, bramando ora questa o quella fanciulla in fiore, ora questa o quella dama cic, ora la servetta ora la cantante famosa. Prontissimo a correre alla locanda di Gambe di Merlo in Torre del Lago dove si scatenava, banchettando coi pittori amici, Nomellini, Viani, i Tommasi, Pagni, su folaghe rosolate che lui stesso cucinava (dopo averle cacciate).

Elvira lo sapeva benissimo. Il marito era cacciatore nato. Puntava sulle anatre e puntava sulle femmine. Lei stessa era stata (dopo la madre amatissima, Albina Magi) una sua prima vittima. Moglie del mercante lucchese Gemignani, già con due figli, aveva presso da Puccini lezioni di canto e piano. E lui, con gran scandalo in Lucca codina e bigotta, se l’era rapita a Milano e le aveva fatto fare un terzo figlio, sposandola soltanto dopo, da adulta affaticata e disperatissima. Quanta gelosia in lei! Da tagliar col coltello. Basta guardar “Tosca” dove l’Elvira in furia è ben rappresentata. Elvira era stata bella, bianca di pelle e ricca d’anca come le lucchesi nel didietro favoleggiato. Ma appena il Maestro l’ebbe messa in casa, quale preda sicura, la fortuna e il successo spinsero presto Puccini a distrarsi in fauna. Lei, l’Elvira, gli lavava le camice abbruttendosi le mani, attorno al Maestro, dopo il trionfo di Manon, s’intruppava invece una calca, uno. sciame radioso, di “trine mobide” e così gli cascarono ai piedi le amanti. La prima Corinna detta “Cori” era una minorenne torinese acchiappata in treno, voluttuosa, palpitante, fresca di giornata. Lui dal piedistallo di Maestro ammirato cadde come un fico maturo e scoppiato. Lei lo irretì al punto che lui la condusse di soppiatto nella nuova villa di Torre del Lago (la moglie era a Milano) e in lettere scandite le promise anche il matrimonio. Figurati. Gli è che con Corinna Puccini trovava vertigini e prestazioni da record (“oggi ne ho fatte sette”: racconta o millanta all’amico Pagni) sicché quando l’Elvira lo venne a sapere (gli amanti erano stati visti alla stazione di Pisa) apriti cielo, scoccò la tempesta e Puccini rischiò (ma le prese fisicamente) le busse. Fortuna che il Maestro ebbe un incidente stradale rovinoso, si ruppe le ossa, e da immobilizzato, dovette troncare la relazione. Poi si seppe che la Corinna, spiata da agenti spediti da Elvira (e dall’editore Ricordi), era piuttosto facile e dedita a vari amori; così Puccini (pagando un prezzo salato) si liberò di lei ed Elvira, profittando del fatto che Gemignani era morto, si fece sposare. Mica finisce qui! Questo non fu che l’inizio.

Dopo vi furono altre, tante, storie. Le principali, raccontate da Helmut Krausser ne “I demoni di Puccini” (Barberi editori), sono: la relazione con Sybil Seligman, inglese, di ricca famiglia ebraica, coltissima e regina vip (con lei vi fu un primo sontuoso bacio e solo una notte d’amore), che condusse Puccini nel bel mondo internazionale e cosmopolita (lo indusse a creare “Butterfly” e “la Fanciulla del West”). Però di lei Elvira non fu mai gelosa, divennero anche amiche tra famiglie che si frequentavano e Sybil fu spesso ospite a Torre del Lago e rimase accanto al Maestro fino alla morte (a Bruxelles). Ed ancora Puccini ebbe una lunga vicenda con una baronessina austriaca, Josephine von Stengel, paffuta, rosea, elegante frequentatrice dei bagni a Viareggio (abitava all’hotel De Russie, oggi “Plaza”), sposata ma in crisi. Puccini, assieme a Toscanini, l’attendevano al “Margherita” e dopo lui, ormai celebre e possidente, le portava ai baci in motoscafo tra i canneti del Massaciuccoli. Chissà come Elvira lo venne a sapere, attese la baronessina sul molo e le fracassò l’ombrellino in testa. Ma Puccini non desistette. Seguì Josephine più volte in Austria e in Germania e siccome l’Italia era in guerra con gli imperi centrali la polizia italiana lo sospettò di connivenza col nemico e gli tolsero il passaporto.

E poi vi fu la controversia storia (qui siamo davvero all’esplosione della più apocalittica gelosia) con la servetta Doria. La ragazzina, mentre tutti dormivano nella quiete notte del lago, era avvezza a servir caffè al Maestro creativo. Fatto sta che la Doria s’invaghì. Il maestro era elegante, cortese, profumato, sempre impeccabile e così sospiroso e fragile ed insonne da suscitare infinita tenerezza. In questo caso Elvira fu spietata. Altro che ombrellino! Vomitò sulla povera Doria insulti e calunnie costringendola al suicidio. Con Doria s’incarnò splendidamente uno dei due archetipi di donna cari a Puccini: la donna vittima (Mimì, Butterlfly, Liù) ed in Elvira l’altro archetipo, la donna imperiosa, padrona (Mosca, Turandot, la Fanciulla del West). Però un altro dei padroni del sor Giacomo fu senza dubbio la caccia. Qui si va nella leggenda. Viareggio allora aveva, specie a sud verso Vecchiano, una natura incontaminata, paradisiaca, strapiena di fauna. A quei tempi le acque del lago arrivavano fino ai cancelli della villa Puccini e da qui, sui barchini, il Maestro, armatissimo e vestito alla “cacciatora” palpava all’alba alla riserva dei Marchesi Ginori. Tordi, fagiani, folaghe, morette, beccacce, pernici, germani, e poi cervi, daini, cinghiali, caprioli, lo attendevano alla sfida. E Puccini era un tiratore eccellente. Così alla sua mensa (presso il club di Bohéme) non mancava mai un vassoio fumante di selvaggina, condita ora da funghi ora da pancetta. Naturalmente con vino, tanto vino a fiaschi, a botti. Puccini esagerava nel cacciare così tanto che una volta fu denunciato come bracconiere e subì un processo. Vi è eroe più grande, più romanzevole, più forte in Viareggio di Puccini? Eppure la sua villa al Marco Polo è nel degrado assoluto. Non proviamo vergogna?

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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