Finanza
Manlio, il più grande
Scrittore, filosofo, giornalista: un anno senza di lui
di ADOLFO LIPPI
Ricorre un anno dalla morte di Manlio Cancogni, scrittore, filosofo, giornalista, il più grande, il più esplicito, il più veritiero intellettuale che questa nostra terra versiliese abbia prodotto. Era nato a Bologna da genitori pietrasantini il 6 luglio del 1916. Morì il primo settembre del 2015 ad un anno da compierne cento.
Poco prima della morte andai a trovarlo assieme al pittore Mario Francesconi. C’era anche Domenico Lombardi, poeta e sindaco. Filmammo un’intervista che poi fu proiettata nel chiostro di Sant’Agostino di Pietrasanta.
Cancogni fu il lucidissimo testimone di vicende storiche: il fascismo, la guerra, la liberazione, gli anni democristiani (contro cui scrisse una famosa serie di articoli sul “sacco” urbanistico di Roma). E fu un viaggiatore instancabile nella letteratura (da Franz Kafka a James Joyce, da Mario Tobino a Mario Luzi a Eugenio Montale) e nella musica operistica (da Giuseppe Verdi a Giacomo Puccini, naturalmente); senza schifare altre passioni quali la boxe ed il calcio (motivo per cui s’intrattenne perfino con Gianni Agnelli patron della Juventus).
Ciò dice che la sua razza, la sua pelle era di natura giornalistica.
Era un filosofo della curiosità; in prosa non si sollevò ad altezze epiche (pur avendo scritto molti romanzi e vinto premi importanti quali lo “Strega”, il “Campiel1o” e il “Viareggio”) non evadeva nella creazione di personaggi immaginari, romanzeschi; non era un affabulatore di fiction, pochissimo inventava. Ma, in maniera drammatica, grottesca, raccontò storie reali, storie sue, storie che gli accadevano accanto senza discriminare tra alto e basso, tra il miele dei poeti e l’afrore dei campioni del ciclismo (seguì anche il Giro d’Italia).
Manlio Cancogni fu, come si diceva nel dopoguerra, “organico” e “disorganico”.
Fu organico ai movimenti antifascisti e tra coloro che, con Carlo Cassola e Carlo Levi, parteciparono alla Resistenza. Ciò lo condusse a parteggiare per il Partito d’Azione (laico riformista), a collaborare con i comunisti fiorentini. Entrò a fare parte di quel milieu laico lucchese che esprimeva Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio (creatori de “L’Espresso” e de “Il mondo”).
Loro lo portarono in quei giornali e per l’Espresso firmò la notissima inchiesta sugli scandali edilizi del sindaco democristiano di Roma, Rebecchini.
Fu invece “disorganico” per questioni di religione. Egli amò moltissimo, dopo averli letti, i mistici spagnoli del Quattrocento. Divenne uomo di fede. Poi, per una decina d’anni (fino al 1999) si disse agnostico. Dopo tornò in seno alla Chiesa.
Gli chiesi in quell’intervista: «Sei cristiano?». Lui rispose con veemenza: «Sono cattolico».
Andava a messa tutti i giorni, pur avendo fatto carriera e costume negli ambienti laicizzati.
Fu così Manlio Cancogni, fu uomo di rimozioni e uomo di intransigenze, fu fedelissimo alla moglie Rori e fu carnalmente avvinto alle Alpi Apuane e alla Marina.
Scrisse una pagina meravigliosa sulla sua infanzia al mare di Pietrasanta: «Non c’era il vialone lungomare. La sabbia arrivava fino alle case che non erano circondate da muretti ma da barriere di canne, le palancite. La spiaggia era tutta dune, coperte da una strana vegetazione (le pagliette, le chiamavano) e poi c’era erba grassa, piante che si spezzavano e versavano del latte che si diceva facesse benissimo per le punture di raganella. Non c’erano stabilimenti, non c’era niente: c’erano le capanne che i villeggianti facevano, all’inizio della stagione, costruendo con i legni che prendevano nei boschi qui vicino. Dietro la casa, infatti, c’era la strada (quella era la strada del lungomare) con il tram elettrico su rotaia, con un solo binario. Bellissimo. Partiva da Viareggio, dalla vecchia stazione, superava la Darsena e il canale, correva lungo le strade della città fino al Marco Polo; da lì cominciava un tratto di strada quasi disabitato; poi c’era il Lido di Camaiore e dopo veniva il deserto. Le rotaie erano sulla sabbia. Poi dopo i primi pini c’era le vigne e gli orti. In mezzo ai filari c’erano dei bellissimi fiori: le giorgine si chiamavano. E poco dopo, superato un altro gruppo di case, iniziava una vera e propria foresta, una foresta nordica (con pioppi, frassini, aceri) intricatissima, da non passarci».
Ecco, in quest’Eden che è durato fino alla guerra (poi piovvero bombe, caddero disastrose cannonate tedesche ed anglo-americane) Cancogni visse la sua infanzia spensierata; con escursioni sulla Tambura, sulla Pania, all’Altissimo, leggendo Enrico Pea che di quei luoghi era il vate. «Sì - scrive Cancogni - Pea un bellissimo vecchio. Mai visto un vecchio così bello. Sembrava un cammeo. Resta uno scrittore sconosciuto».
Altri suoi compagni di viaggio furono Mario Tobino e Mario Marcucci, il pittore.
Scrive di Mario Tobino: «Ci vedevamo a Viareggio, poi andavo a trovano all’ospedale, poi, negli ultimi anni, era solo, povero Mario, nella casa di Sant’Anna un po’ prima delle mura di Lucca dove aveva comprato un appartamento. La sua vita era stata sempre una sfida. Non soltanto perché vissuta a tu per tu con la pazzia, ma anche perché in contrasto con l’ambiente letterario del tempo. A me dava un po’ fastidio quel piglio eroico e poi questo richiamarsi continuamente a Dante Alighieri e Machiavelli. No, un uomo coraggioso, di gran carattere ed eccellente scrittore. Il “Deserto della Libia” è un capolavoro».
Di Mario Marcucci, Cancogni conservò fino alla morte due bellissimi quadri (nature morte) appesi nella sua stanza studio a Marina di Pietrasanta. Di Marcucci amava soprattutto gli acquarelli e il suo non aver mai accondisceso alla maniera astratta. Gli è che Marcucci con pochi segni leggeri, volatili, freschi, sapeva e seppe rilevare l’incanto delle natura e delle cose semplici. E per il medesimo motivo Cancogni ammirava Mario Francesconi, sul quale tanto scrisse e tanto parlò.
Del versiliese era tipica in Manlio Cancogni la sua eleganza. Amò definirsi un “dandy” anche se, sottolineava, si vestiva assai bene ma con “quattro stracci”.
È, quello del dandy, un carattere tipicamente flaneurs dei giovani intellettuali di riviera (da Viareggio a Forte dei Marmi).
Tanti come Manlio Cancogni (o come Cesare Garboli o come Maio Tobino o come Giancarlo Fusco, come Mario Monicelli) riuscirono perché disincantati, inquieti, temerari, fascinosi.
Magari di loro si parla sempre meno ma se vuoi scrivere, se vuoi raccontare, se vuoi filmare anche i giorni nostri devi, per forza, passare attraverso loro. Che sono e restano le nostre migliori radici.
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