Il Tirreno

Versilia

Parlano i nordafricani: «Sì, c’è una guerra in corso»

di Donatella Francesconi
Parlano i nordafricani: «Sì, c’è una guerra in corso»

Da piazza Dante a piazza D’Azeglio, passando per il centro della città, a decine bivaccano seduti per terra, nei bar, sdraiati nelle aiuole

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VIAREGGIO. Via Mazzini per quanto è lunga, e poi piazza Dante, dentro alla stazione, piazza D’Azeglio, i kebab del centro, via San Martino tra macelleria e parrucchiere, tra i ragazzi tutti giovanissimi e tutti per lo più marocchini o tunisini che spuntano alle luce del sole dopo le notti in giro per la città. «Tu vuoi un marocchino»: l’impressione è che il giovanotto seduto al tavolo di un bar davanti alla stazione sappia dire solo questo in italiano. Sorride alla cronista che si è presentato a mani nude, niente blocco, niente telefono, niente foto. Continua a farlo qualsiasi cosa gli si dica, con lo sguardo del pesce lesso che promette chissà quali prodezze sessuali. Ma non è propriamente uscito dall’Actor studio e così il sorriso sembra più un ghigno. Con lui altri due uomini, adulti. Uno dei due sembra un capetto. Ha in mano il “Tirreno” ma mostra di non capire l’italiano. Poi sbotta, quasi in sussurro: «I nostri problemi? La polizia ed i carabinieri». La conversazione è chiusa qui. Da questi qui non se ne caverà più niente.

Va meglio al negozio di cibi pronti in via Mazzini. I gestori sono giovani, cresciuti in Italia dove hanno studiato. Ai tavoli e fuori i loro coetanei pranzano e fanno gruppo. «Lo so - racconta uno dei gestori -: gli italiani protestano, finisce che siamo tutti uguali. Dicono che i miei clienti si appoggiano alle macchine. Così cerco di parcheggiare qui davanti la mia auto».

Siamo ad un passo dalla stazione ed i via vai di giovani stranieri è continuo. Dentro lo scalo ferroviario ci sono solo romeni, tra bar e macchinette. Si intuisce che tra le diverse nazionalità - da una parte i magrebini e dall’altra i romeni - c’è un qualche rapporto. Davanti al kebab di via Zanardelli si ferma una grossa auto, scura, di quelle che di solito sono guidate dai Rom. Ne escono alcuni uomini, l’aria da capetti. Di sicuro non magrebini. La meta è il kebabbaro. Ma non è questione di cibo.

La domanda per tutti è “che succede?”, cosa è questa lunga scia di sangue estiva, che così non s’era davvero mai visto. Non tutti hanno voglia di rispondere, anche se i tre seduti al bar sanno benissimo di cosa sta parlando il cronista. Che si prende anche un “vattene” sibilato in piazza Dante, da due che accovacciati sul marciapiede non hanno perso di vista per un momento i movimenti dell’intrusa.

«È l’alcol», risponde sicuro il titolare del locale di via Mazzini. Un’occhiata al frigo basta per accertare che lì dentro si beve solo analcolico. «Siamo in tanti a non tenere più le birre», continua il giovane: «Solo quelli davanti alla stazione ancora le vendono. Ed i ragazzi si gonfiano fino ad esplodere». Uno dei due della zuffa violenta finita dentro l’hotel Firenze di piazza D’Azeglio lui lo conosce: «È un ragazzo tranquillo. Quando viene qua non parla con nessuno, sta sempre zitto. Poi, però, bevono...».

In piazza D’Azeglio, in mezzo al via vai di intere comitive di turisti, due - avranno tra i 25 ed i 30 anni - si sono accampati nelle aiuole e si riposano, sdraiati. Poco più in là, sulla panchina, altri due - ma questa volta davvero giovanissimi - hanno agganciato tre ragazzine ancora più piccole di loro: «Ce l’hai Internet nel telefono?», domanda uno dei ragazzi.

«Stanno ammazzando un’intera generazione». Sulle panchine di piazza D’Azeglio si incontra il mondo. Lui ne ha viste tante da quando ha lasciato il suo Paese, uno di quelli del Nord Africa, dove il padre era un commissario di polizia. «Arrivano qua dalla campagna, non hanno studiato perché costa mandare a scuola sei o sette figli. Vedono il mondo per la prima volta e si strafanno di tutto quello che trovano». Pasticche prima di tutto, «e ne girano talmente tante che non potete immaginare... Sono ragazzi senza speranza».

Anche per lui ed il suo amico, immigrati in Italia da lunga data, la domanda è “cosa succede a Viareggio?”. «Troppo sangue - risponde il più anziano dei due, scuotendo la testa -. C’è una guerra tra i marocchini». Non toccherà più questo tasto, durante la lunga chiacchierata che attraversa anche l’altra faccia della medaglia, gli italiani. Nel senso del commercialista versiliese che s’è preso i contributi di uno dei due e di altre ottanta ditte, per esempio. «Parlate sempre degli spacciatori», continua il figlio del poliziotto: «Ma chi controlla tutti quegli italiani che ti assumono a tre ore a te ne fanno lavorare tredici?».

Anche loro conoscono la storia dell’avvocato che i clandestini pagano in anticipo e confermano: «Hanno tutti il suo biglietto da visita. È la prima cosa che fanno appena arrivano. Ma non credete davvero che a tirare le fila dello spaccio a Viareggio siano i ragazzi delle pineta? Quelli sono gambe e braccia buoni solo per lo spaccio...E chi li porta lo sa bene». Nel racconto spunta un’indicazione appena accennata (e non è il cronista a doverla verificare): «Perché non stanno dietro ai calabresi?».

Una famiglia con tre bambini piccoli attraversa veloce la piazza: «Li vedi? Lui è tunisino e lei italiana. Ma lei parla benissimo l’arabo e sa tutto, quasi meglio di lui. Vuole andarsene, vuole andare a vivere in Tunisia. Dice che in Italia non ce la fa più».

Chi ha vissuto la storia dell’immigrazione in Italia non può dimenticare il punto di arrivo per un decennio in Lombardia, quando ancora c’era le legge Martelli: la Cascina Rosa a Milano, luogo di degrado ma casa di centinaia di immigrati. Nei cui occhi leggevi, allora, una cosa sola: la voglia di riscatto e la speranza che un giorno sarebbe stato possibile. «Questi ragazzi non hanno futuro», raccontano i due stranieri al cronista: «Possono solo sperare di cavarsela, giorno per giorno, e non finire accoltellati su uno marciapiede o in pineta».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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