Il Tirreno

Versilia

Il campo Rom non esiste più

di Donatela Francesconi
Il campo Rom non esiste più

Sgomberato ieri mattina. Solo le tre le famiglie con minori sistemate per quindici giorni

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TORRE DEL LAGO. «Leonardo, hai preso i giocattoli o li hai lasciati nella roulotte?» domanda un volontario dei Berretti bianchi ad un ragazzino del campo Rom di via Cimarosa. Non c’è più tempo per rispondere. La ruspa sta calando sulla “casa” di Leonardo e della sua famiglia. E lui scappa via. Con quella scrollata di spalle di chi non è più piccolo e comincia a diventare grande oggi, sotto gli occhi delle divise. Sbarcate al campo di via Cimarosa alle otto del mattino, cinque giorno dopo l’incontro tra le associazioni che seguono la comunità Rom ospite del campo del Comune, ed il commissario prefettizio Fabrizio Stelo. Da quell’appuntamento era sembrato che vi fosse un margine maggiore prima dello sgombero deciso dall’ex sindaco Giorgio Del Ghingaro e sul quale pende il ricorso della comunità Rom al Consiglio di Stato.

Così non è stato. L’impegno di Prefettura, Comune e Questura era quello di trovare una sistemazione provvisoria alle donne con figli minori e così è stato solo per tre nuclei. «Sono gli unici che hanno accettato», rende noto lo stesso commissario prefettizio. Smentito , però, dai Berretti bianchi. Perché la questione - spiegano i volontari dell’associazione - «è più complessa». I cittadini romeni di etnia Rom accolti nel campo di via Cimarosa nel 2007-2008, infatti, non sono tutti gli stessi residenti ad oggi. Ma l’associazione ha sempre informato il Comune «dei decessi, delle nascite e dei nuovi ingressi. Nella lista utilizzata per stabilire quali nuclei sistemare nelle case famiglia, però, solo tre sono stati giudicati quelli in regola, ovvero presenti al campo fin dall’origine della sua storia».

In realtà negli scorsi anni le amministrazioni che si sono susseguite hanno messo in atto altri sgomberi, per ridurre il numero di presenze “abusive” che affollavano via via l’esterno del campo comunale: «In tutti i casi - ricorda l’associazione Berretti bianchi - il Comune, con il suo servizio sociale, si è preoccupato di non lasciare per la strada i bambini, molti dei quali, piccolissimi».

In questo caso così non è stato. «Porto i bambini a Forte dei Marmi e poi torno», dice al cronista l’uomo al volante dell’auto che percorre via Cimarosa in uscita dal campo dove sono entrate in azione le ruspe. Se una certezza c’è è quella che troveremo i Rom dell’ex campo comunale di Viareggio accampati un po’ ovunque, inseguiti inevitabilmente dalle ordinanze che le altre amministrazioni comunali emetteranno, a cascata.

Il rumore delle ruspe è assordante. Vengono abbattuti i conteiner tirati su dal Comune, così come le roulotte che cascano a pezzi. Un dirigente della polizia di Stato scosta una tenda: abiti, valige, scarpe. È l’armadio di tutto quello che non sta nei prefabbricati nei quali entra solo un letto. Sopra una pila di vestiti spunta un peluche: un topo grigio con le orecchie rose che a breve finirà triturato.

La politica viareggina ha fallito. Ed è la seconda certezza. Ha accolto ma non ha saputo progettare l’uscita dall’emergenza di un campo nel fango e nella sporcizia, dieci anni di bambini lavati con l’acqua fredda prima di mandarli nelle classi delle scuole torrelaghesi dove maestre capaci hanno saputo far sentire loro un po’ meno il peso della diversità. Perché hai un bell’impegnarti a scuola, sognare cosa farai da grande, ma se cresci tra gli scarafaggi del campo Rom senza che alla tua famiglia sia data una possibilità di lavoro, prima o poi ti ritrovi a guardare il ragno di acciaio che si porta via casa tua. Scappando via per non ricordare.

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