Il dolore
Al Versilia sei ore di attesa per avere una lastra
In un sabato di inizio agosto: sala d’attesa piena e code lunghe per gli esami o per farsi visitare
LIDO DI CAMAIORE. Primo sabato pomeriggio d’agosto. Il pronto soccorso è intasato: nessuna particolare emergenza, tanti codici minori. Forse troppi per gestirli tutti. Nella sala d’aspetto saranno almeno una cinquantina le persone in coda, per lo più parenti. L’attesa può durare diverse ore. La situazione non è come quella di mercoledì scorso quando una signora ha dovuto aspettare undici ore per far dimettere la madre malata. I medici in quell’occasione avevano lanciato un allarme: il pronto soccorso è al collasso perché la popolazione della Versilia aumenta durante l’estate e i medici sono troppo pochi.
Siamo quindi andati a verificare lo stato della struttura in una situazione ordinaria: dalle cinque alle sette e mezzo.
Effettivamente i pazienti sono tanti e le attese, a volte, lunghissime.
[[atex:gelocal:il-tirreno:versilia:cronaca:1.13936199:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/versilia/cronaca/2016/08/09/news/i-medici-del-versilia-da-oggi-arrivano-giorni-difficili-1.13936199]]È il caso di Martina, capelli biondi, sulla ventina, è in fila con il suo ragazzo da mezzogiorno. Quasi sei ore per farsi controllare un dito schiacciato tra un tavolo e il muro. Il dolore era così forte che ha deciso di andare all’ospedale ma non sapeva che lì ci sarebbe restata fino alla sera: «Non ce la faccio più - dice sbuffando - sono andata allo sportello dell’accettazione che era mezzogiorno e solo alle sei mi hanno fatto una lastra. E poi come: ero così esasperata perché non mi chiamavano che sono andata dalle operatrici a dire che me ne sarei andata. Loro si sono stupite: semplicemente non avevano inoltrato il mio nome per fare il controllo. Ora chissà quanto mi toccherà aspettare». Quando siamo andati via Martina era ancora lì ad attendere il risultato.
«Ma non sono l’unica - racconta - fino a poco tempo fa c’era un signore che ha avuto un incidente con la bici: diceva di essere entrato intorno alle nove ed è uscito con la lastra alle quattro e mezza del pomeriggio. Non si era fatto niente di che. Un altro era arrivato alle 11 per un problema alle costole alle 11 ed è uscito alle 17».
Stessa sorte per un turista francese, Thierry, è al pronto soccorso perché un amico ha avuto un problema alla testa. Insieme a lui ci sono i compagni di viaggio: sono arrivati alle 12, alle 18 arriva la comunicazione che il loro amico sarà trasportato a Livorno, forse per un intervento.
Un po’ meglio va a Colombo, un pensionato. Si è fatto male giocando a bocce con gli amici, un piccolo strappo al polpaccio: «Sono qui dalle due – racconta – mi hanno visitato in un tempo ragionevole e mi hanno detto che c’è una lacerazione. Ora però sono ore che aspetto che mi diano il foglio della visita. Ma tanto qui è sempre così».
Intanto le ore passano e tra quelli che entrano e quelli che escono il numero delle persone in sala d’attesa non accenna a diminuire. Le ambulanze che arrivano non sono molte. La maggior parte delle persone si stende sulle piccole sdraio della sala d’attesa. Regna un clima tra l’arrabbiatura e la rassegnazione: nessuno ha le forze o la voglia di mettersi a protestare. Alcuni passano il tempo fumando una sigaretta dietro l’altra o mangiando uno snack dalla macchinetta.
Annamaria è in attesa della madre malata, è appena entrata ma il suo livore è forte: «Pensi che tre anni fa di questi tempi ero venuta per un piede nero - dice - e mi hanno mandato via con un antidolorifico. Mi sono fatta le analisi da sola e ho scoperto di avere la sindrome di Sudeck (una malattia per cui un arto appare tumefatto e con una osteoporosi localizzata, ndr). La situazione è molto cambiata da tre anni fa: i medici mi sembrano molto più competenti. Ma tutte le volte che mia madre sta male bisogna aspettare un’eternità per qualsiasi cosa».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
