Il Tirreno

Versilia

Caso Romanini, l’ira dei familiari

di Matteo Tuccini

Il fratello della vittima: «Choccati dalla scarcerazione di Roberto, non può vivere accanto a nostra madre»

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CAMAIORE. «Non capiamo come sia possibile scarcerare qualcuno dopo una condanna per ergastolo. E soprattutto non capiamo come sia possibile consentire che vada agli arresti domiciliari vicino all’abitazione di una donna a cui, secondo i giudici, ha tolto un figlio».

A parlare è Marco Romanini, uno dei tre fratelli - gli altri due sono Giuseppe e Simonetta - di Stefano Romanini, ucciso a 47 anni con nove colpi di pistola sotto casa. Marco ha deciso di parlare pubblicamente per la prima volta dal febbraio del 2011 - quando avvenne il delitto - perché è rimasto choccato dalla notizia della scarcerazione del cugino Roberto Romanini, 65 anni, condannato all’ergastolo nell’aprile scorso come mandante del delitto. «E come se non bastasse - spiega Marco Romanini - leggere che andrà agli arresti domiciliari nella casa del figlio a Camaiore, a poca distanza da dove vive mia madre, mi ha lasciato ancor più stupito. Non capisco come si possa consentire una cosa del genere, considerato quello che ha passato mia madre per la morte di Stefano».

Da cinque anni i fratelli di Stefano sono accanto alla vedova Giuliana e alle figlie Stella e Serena - così come ai fratelli di Giuliana - nella battaglia per avere giustizia. Per quell’omicidio la Corte d’Assise di Lucca ha condannato Roberto Romanini all’ergastolo. Secondo i giudici ha pagato un killer per assassinare il cugino ed ex socio nella Rb escavazioni, che gli aveva lasciato un debito da 200.000 euro. Debito che avrebbe saldato - secondo l’accusa - riscuotendo la polizza sulla vita di Stefano a beneficio proprio della società Rb.

Dopo la sentenza Roberto era tornato in carcere a Lucca. ma per un’altra vicenda. I carabinieri lo avevano accusato di aver violato gli arresti domiciliari, a cui il tribunale lo aveva costretto per la vicenda del sequestro dell’ex socio Loreno Dalla Valle. Ai militari era stato riferito che Roberto era uscito di casa ed era andato al Prado per comprare un dolce. Circostanza smentita dai legali dell’imputato, Marco Taddei ed Elena Libone, che hanno sempre parlato di uno scambio di persona con il consuocero. Venerdì mattina la decisione del tribunale del Riesame di Firenze, che ha accolto la richiesta dei legali. E acconsentito che Roberto uscisse dal carcere di San Giorgio per andare agli arresti domiciliari nell’abitazione del figlio.

Ora si è in attesa di capire quando sarà fissato il processo d’appello per il delitto. Nel frattempo arriverà a compimento anche la vicenda del sequestro dell’ex socio Dalla Valle, per cui Roberto è già stato condannato a sedici anni sia in primo grado che in appello.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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