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Versilia

La mamma di Veronica: «Vergogna»

La mamma di Veronica: «Vergogna»

Nel 2006 la figlia morì nello stesso tratto «Ci hanno preso in giro: solo chiacchiere»

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VIAREGGIO. «Un mucchio di chiacchiere» anche stavolta, come quando morì sua figlia, ad appena diciassette anni, in via dei Lecci, nella strettoia maledetta. Giancarla Simonetti si sente presa in giro. «Tenere su quel muro, a questo punto, è solo una ripicca» dice insieme al marito Silvano Boschi.

Sua figlia, Veronica Giunta, perse la vita in quello stesso tratto in cui domenica è morto Almisio Agostini. Era il febbraio del 2006 quando Veronica fu investita. L’automobilista è stato condannato ad un anno con sentenza definitiva (arrivata più di un lustro dopo la tragedia) della Corte di Cassazione.

«Ogni volta che succede qualcosa lì - spiega la coppia - ci vengono i brividi. Ci sentiamo presi in giro. Hanno fatto un mucchio di chiacchiere e basta. Quando ci scappa il morto la discussione si riapre ma poi, passato un po’ di tempo, tutti si dimenticano. È successo anche dopo la morte di Veronica. Questa cosa ce la devono spiegare: chi è che decide che un muro è più importante della vita delle persone? È una ripicca inutile che semina morte. Hanno buttato giù il muro di Berlino e non riescono a toccare questo, è una vergogna. Siamo nel 2016, con città evolute, e noi qui non riusciamo a risolvere il problema». Oltre alla rabbia resta la delusione per la mamma di Veronica. «Noi - la donna lascia parlare il marito di seconde nozze - avevamo una grandissima speranza nel progetto dell’assessore Manfredi (giunta Marcucci, ndr) che prevedeva l’abbattimento del muro e la realizzazione di una zona pedonale con una lapide in onore della bimba. E invece non abbiamo avuto nemmeno la soddisfazione di vedere quel muro crollare. Queste cose fanno rabbia. Ci sentiremo almeno un po’ soddisfatti solo quando vedremo il muro andare giù, anche se ormai abbiamo perso la speranza».

«Ad un certo punto diciamo basta, tanto - va avanti Giancarla - alla fine resta solo il dolore».

E ancora, spiega il marito: «La storia del muro è una delle tante cose che a Viareggio si dicono ma non si fanno. Su quel tratto succedono spesso incidenti. Fortunatamente il più delle volte sono cose lievi, ma succedono. Se ne torna a parlare solo quando muore qualcuno, poi tutti dimenticano. Io la sera la faccio sempre quella strada per tornare dal lavoro. È poco illuminata, ci sono tre o quattro lampioni spenti, però quando telefono per segnalare il problema nessuno interviene. Parliamo di una zona di campeggi con tanti ragazzi che la sera - conclude la coppia - hanno voglia di divertirsi e di andare fuori. Non è giusto che siano in pericolo per un muro».

(b.f.)

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