Il Tirreno

Versilia

Possenti e Viareggio, un legame d’amore

di ADOLFO LIPPI
Possenti e Viareggio, un legame d’amore

Storie e aneddoti del pittore lucchese scomparso giovedì

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di ADOLFO LIPPI

C’è un Antonio Possenti viareggino, versiliese, marittimo. Anche se è più noto come artista di Lucca, profondamente lucchese, affabulatore di fiabe e fole saporose di fiamminghi, di vecchi longobardi, cospicuo narratore di letteratura nordica tant’è che piacque, in mostra, ai francesi, ai belgi, ai tedeschi, ovunque vi sia un culto ancestrale per Bosch, Bruegel, eppoi Chagall che Antonio ammirò e conobbe e dal quale prese più che i simboli le magistrali svolazzate figure da sogno care a Dino Buzzati e Calvino.

Ma Viareggio a Possenti era nel cuore. Abitava spesso in una casa in via Forlì al Don Bosco e non dimenticava il passato di insegnante all’Istituto Tecnico Carlo Piaggia, ove era stato docente di diritto. Qui aveva intrapreso i primi passi di artista, di pittore evocante e coloratissimo. Qui veniva spesso a pranzo e a cena (da Bombetta, da Ferro o al Buonamico) e qui aveva amici nel mileu dei creativi da Giovanni Raffaelli a Dino La Bianca, da Altemura a Dolfi a Vaccarezza a Claudio Giannini.

Qui si era fatto conoscere nelle gallerie storiche: da Fratini alla Navicella dei fratelli Marchi a Bottega dei Vageri di Krimer. Da Krimer spesso vinceva premi. Una volta gli toccò una busta ritenuta di contenuto cospicuo. Ci disse: «Dopo andiamo tutti a cena». Perché lui era così: mecenatesco e generoso. Quando però aprì la busta del premio non vi era assegno alcuno, bensì un biglietto con su scritto: «Caro Antonio, purtroppo mia moglie non ha fatto in tempo a ritirare in banca l’assegno. Sarà per una prossima volta».

E quella volta non venne più. A Possenti queste storie piacevano da morire. Lucchese riservato e borghese, malizioso e salace, poteva stare interi pomeriggi a chiacchierare di pettegolezzi e aneddoti su questo o quello. Quando lo si andava a trovare nel suo studio all’anfiteatro , studio zeppo di trovarobato e ninnoli e regali, il giorno diveniva spettacolo. Lui spalancava i grandi occhi azzurri, rideva come un bambino, si divertiva da matti alle scostumatezze e alle furfanterie. E Viareggio, la Passeggiata, erano capitoli, allora di un universo picaro. Perché vi avevano brillato personaggi straordinari - da Giancarlo Fusco a Mario Tobino, da Rolando Viani a Brunetto dell’Assassino, da Sandro Luporini a Monicelli, da Fulco Sculco a Franz Furrer a Martinotti - gente che tirava tardi, poetava, cantava, raccontava e mai ragionava di banche e conti e partite doppie.

Possenti allora scorazzava su una Porsche nera. Se l’era concessa per i successi nella vendita di quadri. Possenti ha sempre venduto tanto e bene e ciò gli costava non poche invidie. Ma il successo di Possenti era legato anche al saperci fare. Egli non seguiva mode, avanguardie, esperimenti. Egli, illustratore famelico e dotato, si manteneva fedele ad una diffusa clientela di notai, dentisti, preti, avvocati e commercialisti. E le sue opere rendevano allegre le sale d’attesa e i salotti. Sicché, fino alla morte, ha sempre avuto una fila di acquirenti felici di portarsi via un pezzetto che benissimo capivano.

Pittura facile? Direi pittura racconto Egli ha avuto il bi. sogno di romanzi e storie. Ha illustrato Proust e Tobino, Collodi (Pinocchio) e Giovanni Pascoli, Ariosto e D’Annunzio, Esopo e Tozzi, Dino Campana e Allan Poe. Lettore vorace era un autentico intellettuale viaggiatore. S’immergeva nelle pagine altrui e ne ricavava (distaccato e ironico) materiali originalissimi per una commedia, la sua che non è dantescamente “divina”, nemmeno balzacchiana, è però un compendio di figure efficaci, malinconiche e festanti umane e vegetali, un tutt’uno che rifà alla sua nota inclinazione panteistica. Dichiarata nel modo di riempire i vuoti del quadro. Non vi è stacco in Possenti tra animali (conigli, civette e balene) e protagonisti.

Di vecchia e gloriosa famiglia di studiosi, il nonno fu Augusto Mancini, rettore di Pisa, massone e garibaldino, Antonio guardò al mondo con il filtro della burla, del grottesco, del disincanto. E tanto fu attratto dal mare non per contemplarlo nella sua sfolgorante e cospicua bellezza ma per essere anche il mare contenitore di suggestioni, pesci strabilianti, gorghi diabolici, gabbiani avidissimi, spiagge cariche di tesori e magie. Perché così Possenti ha guardato alla vita; un palcoscenico di feste e prodigi allucinazioni, pirotecnici splendori, fate e Golem e matti da legare.

La Viareggio di Possenti non è la Viareggio di Mose Levy, nemmeno quella di Lorenzo Viani. È una Viareggio di capitani marittimi usciti da Melville, di barche dentro la bottiglia, di preti al bagno delle rotonde, è una riviera cosmopolita, di umori, di sentimenti, di alchimie, ridanciana e bonaria.

E la Viareggio dei Carnevali ai quali Possenti una volta per Nilo Lenci prestò la matita. A Possenti piaceva il Carnevale perché è allegorico e gioioso, allusivo ed ambiguo. Mai drammatico. E in ciò sta la sua lezione di vita: l’esistenza te la fai appena esci con la testa e i piedi dai problemi contingenti, appena riesci a dare al tempo (e al quadro) farfalle e stelle, fantasia e creazione di universi maliosi. Perché anche, questo per cuori innocenti, è realtà.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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