Il Tirreno

Versilia

Quella Viareggio noir che fa da scenario a misteri e delitti

di ADOLFO LIPPI
Quella Viareggio noir che fa da scenario a misteri e delitti

Sergio Vannucchi, Armando Mancini e Marco Fattori protagonisti stasera al Nettuno di «Un mercoledì da lettori»

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di ADOLFO LIPPI

Per chi legge gialli, anzi li divora, Viareggio, apparentemente, così solare e balneare com'è, non appare una città per "ambientazioni". Invece, e non da oggi, anche Viareggio è stata interessata a questo genere di letteratura. Basti pensare che già Reiner Maria Rilke, venendo in vacanza all'hotel "De Russie" (oggi "Plaza"), vi scrisse un racconto assai "noir" e si era a fine Ottocento. Atmosfere per Allan Poe. Così non soprende se dopo, nel tempo, in piena mondializzazione, tanti autori si sono messi a fare di Viareggio un palcoscenico per delitti, sparatorie, sanguinamenti, spionaggi, facce da galera, quasi fossimo nella Los Angeles con Humprey Bogart o Robert Mitchum. E si sono, in particolare, distinti "classici" come Antonio Pocci, Giampaolo Simi, Divier Nelli ed Andrea Santini con produzione vasta e molto qualificata.

Ma editore storico, direi "principe" è, non solo in questo genere, la Pezzini Editore che questa sera al bagno Nettuno" - in occasio. ne dell’ormai tradizionale appuntamento con Un mercoledì da lettori (ore 21,15; ingresso libero) - presenterà tre autori di gialli che sono Marco Fattori, Armando Mancini e Sergio Vannucchi, interrogati da Stefano Pasquinucci in veste di animatore.

Nei casi di Mancini e Vannucchi si parlerà di Viareggio. Invece in Marco Fattori, fiorentino abitante a Corsanico, il “giallo” non riguarda questa riviera. Si svolge altrove, nel quartiere di San Frediano a Firenze.

Vannucchi e Mancini, uno e l'altro scrittori di tanto "altro", sono personaggi qui nati e cresciuti. Ma diversissimi per temperamento e stile. Vannucchi, da sempre installato al bagno"Oceano", è sanguigno, “guascone”, un po' anarchico un po' conservatore (così come lo fu il mitico Scipione). Mancini è un medico affermato e notissimo, famiglia di palombari eroici e leggendari (tra quelli dell'Artiglio), animatore di associazioni culturali (“Medusa”), ironico e raccontore di tanti aneddoti “ospedalieri”. Scrivono ambedue "ambientando" Viareggio. Vannucchi spazia tra periferie slabbrate, capannoni marciscenti, baretti equivoci, commissariati sudati, Mancini, invece, scrive di moderni pontili, ville borghesi, aziende mediche. Vannucchi crea un detective privato, Thomas Manetta, che sospetto provenire dritto da Mike Spillane. Manetta è tutto cazzotti fulminanti, pistola facilissima, eccitato da litri di birra “Corona”. Mancini, invece, dà vita al commissario Martini, tutto cervello e deduzioni, in scenari che rammentano Maigret, tra prove scientifiche, tazzine al veleno, maggiordomi esotici. Vannucchi fa agire Manetta in un caso di tratta delle bianche, traffici di droga, killers spietatissimi, aristocratiche infernali. La trama del libro di Mancini “Il morto del pontile” è semmai un intreccio di passioni e gelosia con un medico criminale che inventa un suicidio per incolpare un rivale in amore. Siamo in scenari “nordici” senza nebbie e senza i silenzi cari a Simenon.

In ambedue i romanzi v'è, lo dicevo, Viareggio. È noto come il “giallo” voglia, da quando sorse, un territorio. Vi è la Gran Bretagna in Sherlock Holmes, vi è tanta Parigi in Maigret, vi è tanta Sicilia nel commissario Montalbano (mafia e fichi d'india). Nel caso di Vannucchi la nostra città, ben descritta in luoghi simbolo quali i cavalcavia, la Torre Matilde, il Gran Caffè Margherita, il ristorante "La Baracchina", è turgida, provocatoria, estrema. Non ha i languori di Mario Tobino. E' tutta scatti di "pantere" e mitragliate, ragazze facili e palestrati urlanti. Le auto saettano sui lungomare e quando Manetta ne scende prima che parlare spara, uccide, vomita fuoco, con una visione di città che è Metropolis, che richiama il cinema fumettato tra Bruce Willis e Capitan America, da Chuck Norris a Jasom Staham, per non dire di Steven Seagal, fisico da “armadio” blindato e pugni alla dinamite (in ogni film ne abbatte centinaia). Vannucchi non si lascia andare allo stile liquido. È un giallista esagerato, mai sobrio, mai contenuto. Usa magistralmente lo “stacco”, esagera Viareggio in ogni sua prospettiva, inventa protagonisti che durano quattro secondi. Lascia senza fiato e diverte come i film di Van Damme.

Mancini mente razionale, stile discorsivo, ben spiega la storia anche nelle sue crudeltà. La sua vicenda è in “terra”, umana e possibile, lascia fuori l'esasperazione anche quando ha pagine “dure”, richiama una Viareggio di sfondo mai accostata o centrata.

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