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Quel pomeriggio di rabbia e sangue

Quel pomeriggio di rabbia e sangue

È il 20 giugno del 2015 ed è una bellissima giornata di sole: poco dopo le 18, mentre i turisti vengono via dalla vicina spiaggia della Darsena, si sentono quattro spari di fronte al Mezzo Marinaio,...

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È il 20 giugno del 2015 ed è una bellissima giornata di sole: poco dopo le 18, mentre i turisti vengono via dalla vicina spiaggia della Darsena, si sentono quattro spari di fronte al Mezzo Marinaio, di fronte al Palasport. La gente si affaccia, un poliziotto fuori servizio che abita lì di fronte chiama il 113. C’è un corpo sdraiato a terra, accanto a una Vespa. È quello di Mario Guidotti, che al Mezzo Marinaio lavora - come cameriere - assieme al fratello Nicola.

L’omicida è proprio il fratello: hanno avuto una lite, l’ennesima, dopo la quale Nicola è andato a prendere la pistola che teneva nel ristorante e ha freddato il fratello, che era in sella alla sua Vespa e stava andando via. Poi Nicola consegna alla polizia.

Da quel giorno il ristoratore - che è socio anche del Capitano, in via Coppino - è rinchiuso in carcere a Lucca.

Un rapporto difficile, quello fra i due fratelli Guidotti. Trattandosi di un delitto con dinamica chiara, accusa e difesa si muovono per capire cosa ha portato a una tragedia simile. Tra Nicola e Mario i rapporti non erano mai stati idilliaci: il primo veniva visto da tutti come una specie di padre che impazziva per tenere in riga l’altro. Proprio per tenerlo sott’occhio Nicola lo aveva preso a lavorare al Mezzo Marinaio. Ma da tempo lo accusava di ammanchi in cassa, sostenendo che usasse quei soldi per giocarseli.

Dopo l’ultimo ammanco, una cifra che gli inquirenti hanno ricostruito in duemila euro, la situazione sarebbe degenerata. E anziché i cazzotti, come ha raccontato chi li conosceva, sono volati i proiettili.

Una perizia, nel frattempo, ha stabilito che l’omicida era capace d’intendere e di volere. Ma il delitto del Mezzo Marinaio assomiglia più al frutto di un raptus, che non a una decisione già maturata in precedenza. Tanto che, almeno in primo grado, l’ipotesi della premeditazione non passa.

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