Il Tirreno

Versilia

«No a gazebi e maniche di camicia»

«No a gazebi e maniche di camicia»

Don Antonio Tigli controcorrente: solo sedi istituzionali per le celebrazioni

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VIAREGGIO. Sempre meno matrimoni in chiesa e sempre più location suggestive e alternative alle sedi istituzionali (come il Comune) quale scenario per coronare il sogno d'amore. Ville storiche, dimore d'epoca, alberghi e ristoranti di lusso, e ora - almeno a Viareggio che in questo è un po' il capofila - stabilimenti balneari. In certi casi anche con il coinvolgimento di preti che si prestano per la benedizione degli anelli, firma dei documenti e riti conclusivi. Sull'argomento il parroco di Don Bosco, don Antonio Tigli, non ha dubbi: il matrimonio, sia esso civile che religioso, deve essere celebrato nelle sue sedi istituzionali. «La convivenza legale deve iniziare in un contesto dignitoso, deve essere celebrato da persone che gestiscono la vita pubblica e che hanno un'autorevolezza che proviene dalla loro mansione. E' un fatto serio e va consumato in un luogo dove si respira rispetto per l'istituzione e lo Stato. Tanto più il matrimonio religioso che deve avere certi connotati fondamentali: atto di fede nel piano di Dio e consapevolezza dell'impegno che i coniugi si assumono. Il tutto - prosegue don Tigli - credo non trovi altro luogo per un degno inizio, che in una chiesa e in mezzo ad una comunità orante. Non certo sotto un gazebo e magari in maniche di camicia».

Il riferimento è ad un sacerdote, peraltro di un'altra diocesi che - come riportato peraltro da una rivista nazionale ("Gente" ndr) - si rende disponibile ad espletare, in riva al mare, le pratiche finali del matrimonio, celebrato altrove. «La spiaggia - precisa don Antonio - non è la sede ufficiale».

Ma, nei fatti, è sempre più gettonata: in un locale della Darsena - la Costa dei Barbari - ci sono prenotazioni fino al 2019 e solo per questo mese sono in agenda 26 celebrazioni su 31 giorni. Praticamente quasi uno alla settimana.

Meglio le dune della chiesa? Una moda? Un progressivo allontanamento dai sacramenti verso un laicismo più radicato? «Le motivazioni non le conosco: quel che posso però confutare è la voce che per sposare in chiesa si debbano spendere grosse cifre di denaro. Almeno per quella che è la mia esperienza: da novembre ad aprile, ogni quindici giorni invito le coppie ad un incontro di preparazione. I relatori sono dei volontari. Come parroco, preparo insieme alla coppia la certificazione per il Comune e per le altre parrocchie, svolgo i colloqui necessari per compleatre questa certificazione che poi faccio vidimare dalla Curia: costo 10 euro. Normalmente celebro il matrimonio nel contesto della liturgia eucaristica e rilascio un piccolo attestato in ricordo. Il tutto gratuitamente».

Quindi niente tariffe? «Di tariffe non se ne parla proprio. Se poi gli sposi vogliono lasciare un'offerta, questa va alla Caritas parrocchiale. I sacramenti non sono una merce».

Cristina Bulgheri

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