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L’Ottocento che incanta in mostra al Centro Matteucci

di Adolfo Lippi
L’Ottocento che incanta in mostra al Centro Matteucci

A Viareggio fino a febbraio la mostra dedicata alle opere dei Macchiaioli e degli Impressionisti raccolte dai galleristi Mario Borgiotti ed Enrico Piceni

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VIAREGGIO. Livorno-Firenze per i macchiaioli, Milano-Parigi per gli impressionisti: luoghi opposti, atmosfere a contrasto. Da una parte auree di cascina, sapori di grano e papaveri a perdifiato, dall’altra odori di assenzio, cocotte e pailettes. Eppure s’incontrano e si scontrano in una mostra, eccezionale per gli interventi, al Centro Matteucci di Viareggio, in un luogo speciale, all’inizio di una viuzza dirimpetto ad un collegio neogotico di suore straniere che da sulla passeggiata a mare. La mostra ha per titolo “L’Ottocento aperto al mondo”. È la spremuta fatta con dovizia e amore e tanto sapere da Giuliano Matteucci, animatore storico del Centro, sulla proprietà e la passione di due galleristi mitici: il livornese Mario Borgiotti (1906-1977) e l’ambrosiano Enrico Piceni (1901-1986) che, a partire dagli anni Trenta, s’infiammarono in due diverse direzioni. Borgiotti divenne il collezionista e il mercante principe dei macchiaioli, Piceni, da un’elegante mansarda in via Manzoni a Milano, rivalutò e diresse la rinascita artistica di quegli italiani, quali Zandomeneghi e De Nittis, che al manzoniano ottocento post-risorgimentale preferirono Parigi, la Parigi di Baudelaire e Rimbaud, di Manet e Monet e Degas. La Parigi di Boldini fatta di dame senza pudore.

Apparentemente poco o niente lega i due filoni: gli impressionisti avanzano l’ottimismo epicureo del positivismo trionfante, tra balli, fanciulle discinte e bistrot, modernità e provocazioni erotiche mentre i macchiaioli si portano addosso i gesti dignitosi e compassati della borghesia di contado, fanciulle castigatissime all’Ardenza, paesani cotti dal sole e dal vino rosso, cavalli paciocchi come li disegna sempre Fattori. Eppure vi fu un livornese schietto e benestante, Diego Martelli, che seppe scorazzare di qua e di là. Visse da magnifico mecenate a Livorno e conquistò la Francia rammentando come Degas medesimo fosse italiano, anzi napoletanissimo (la sua famiglia abitava in palazzo Del Gas al Vomero) e frequentasse spesso caffè Michelangelo a Firenze ch’era il covo degli artisti di macchia, discepoli di Fattori come Lega e Telemaco Signorini. Così la mostra al Centro Matteucci, raccontata su Borgiotti da Claudia Fulgheri, esile, raffinata e saputissima, e da Camilla Testi nipote di Piceni, possidente l’intera letteratura del nonno, è davvero un documento unico, da non perdere, un evento. Perché mai prima d’ora s’era visto affiancare due tronconi dell’arte ottocentesca, di qua e di là d’Alpe, con opere meravigliose, bellissime, che fanno incanto.

Tra queste della collezione Piceni da citare sono un “Bois de Boulogne” di de Nittis che in strisce di verdeazzurro e terreno dorato accolgono una dama in nero elegante e curiosa (adocchia con binocolo una maliziosa passeggiata di coppie in carrozza), ed un bambino così portato da parere un petit Proust ancora in bocciolo. E che dire del “Le Moulin de la Galette” dipinto da Zandomeneghi, luogo di scorrerie e depravazioni celeberrime (lo dipinse anche Picasso) dove i pittori incorniciavano deliziose modelle. (per Zandomeneghi che è veneziano spesso le ragazze hanno capelli tizianeschi) e le modelle, come Mimi di Montparnasse, sfegatavano i ricchi banchieri, in una e più triangolazioni che fecero la poesia dei “Fiori del male” o le novelle di Maupassant?

Venendo alla collezione di Borgiotti merita segnalare “I Barrocciai” di Giovanni Fattori (hanno coperte rosso fiammanti), “la Passeggiata” di Vincenzo Cabianca (una coppia di congiunti pacata e misurata contro un muro aggredito dal sole), e molte rare opere di Telemaco Signorini come “L’uncinetto” (una figurina scolpita tra tocchi rapidi di boscaglia animata) e “L’autunno dei dintorni di Siena” che pare l’elegante, inimitabile manifesto di quello “Strapaese” che si sarebbe manifestato nel Novecento con Soffici e Carrà e Maccari, partigiani del ritorno all’ordine.

Durante la presentazione della mostra ben dice Rossella Martina assessore alla cultura di Viareggio: «L’Ottocento è ancora tutto in noi». Ma è un Ottocento che ebbe ed ha tantissimi volti. Si va dalla “Toilette” di Giovanni Boldini, cruda, realistica, vera nella postura e nell’asciugamento di parti assai intime alla compostezza religiosa delle popolane di Riomaggiore del Signorini. Perché l’epoca dava e dette “Madame Bovary” a Parigi mentre in Italia scrivevano semmai Ippolito Nievo e Fogazzaro. C’erano insomma il diavolo e l’acqua santa e questo, di certo, entusiasma di una cultura che ancora non ci siamo messi alle spalle. E che fa in questa mostra al Centro Matteucci un viaggio di umori, un duello di stili, una proposizione di strade che ben spiegano ciò che sarebbe venuto col secolo seguente nell’arte figurativa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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