Sicurezza
«Ha sprovincializzato il nostro Carnevale»
VIAREGGIO. «La gente si ricorderà di lui perché si faceva voler bene: non l'ho mai sentito parlar male di un collega. Mai». Enrico Vannucci è appoggiato al portone dell'hangar: ha gli occhi gonfi e...
VIAREGGIO. «La gente si ricorderà di lui perché si faceva voler bene: non l'ho mai sentito parlar male di un collega. Mai». Enrico Vannucci è appoggiato al portone dell'hangar: ha gli occhi gonfi e inumiditi dalle lacrime quando ricorda Gilbert Lebigre con un giovane mascheratista. «È stato un innovatore, un rivoluzionario. Un grande. Lui e la Corinne hanno formato una coppia meravigliosa, si completavano a vicenda. E i loro figli sono personaggi unici». Vannucci svela un aneddoto: «Gilbert era appena arrivato dalla Francia e lavorava al baraccone di Raffaello Giunta. Mio padre Carlo lo vide modellare il rinoceronte di Dürer e rimase a bocca aperta. Se ne uscì, alla sua maniera, con un: 'Qui c'è della ciccia'...».
Gilbert Lebigre, nei suoi carri, ha preso di mira chiunque. Politici, politicanti, banchieri, persino la morte. E il titolo di quel carro, «Si va a mori' e po' si torna», sembra quasi avverarsi. Perché sì, Gilbert è morto, ma sembra essere lì, nell'hangar numero otto, quando i suoi antagonisti tra i carri di prima categoria lo ricordano: «Quando lo conobbi per la prima volta nel 1979 e lo sentii parlare in francese pensai: 'Com'è bella la diversità'...», sussurra Franco Malfatti, cresciuto in un ambiente, quello dei carristi, «che all'epoca era molto chiuso. Gilbert ha avuto il merito di farci uscire dal provincialismo».
Parole che anche Fabrizio Galli fa sue: «Coinvolse me e altri giovani costruttori nella realizzazione di alcune scenografie per Parigi: era immerso in un mondo allora sconosciuto a noi viareggini. Ha portato una luce nuova nel Carnevale stimolando tutti a cimentarsi in qualcosa di diverso, cercando ogni volta soluzioni artistiche che anticipassero i tempi». Un autentico visionario «che cercava la libertà in quello che faceva. E poi c'era il suo sorriso, identico a quello di Charlie Chaplin».
Quando ancora i carri prendevano vita nei vecchi capannoni di via Marco Polo, i fratelli Stefano e Umberto Cinquini costruivano mascherate di gruppo nell'hangar del Cavac, di fianco a quello occupato da Lebigre: «È stato il primo a usare in maniera geniale materiali alternativi alla cartapesta», chiosa Umberto. «Quando parlava di juta e nylon tutti lo guardavano attoniti. Una volta portò un cartone speciale dalla Francia, che doveva restare a mollo un giorno intero, e un sale certificato che rendeva ignifughi i mascheroni». E ancora: «Forse è stato il collega con cui ho litigato più volte, ma per una valida ragione: era sincero».
I carristi più anziani si resero presto conto che la coppia Lebigre-Roger avrebbe potuto mettere rompere la loro egemonia e così fecero in modo che lasciassero il Carnevale. «Nel 1988 nacque suo figlio Sebastian e noi gli facemmo una sorpresa», prosegue Stefano. «Entrammo di nascosto nel baraccone e gli lasciammo un grosso fiocco azzurro di compensato. Il giorno seguente ci disse: 'Vi ringrazio tanto, ma ora io vado via'...».
Secondo la vulgata popolare, Arnaldo Galli sarebbe stato uno dei suoi più fieri oppositori sul finire degli anni Ottanta: «Chi? Io? Sieh... Gli davo coraggio, se qualcosa non mi convinceva glielo dicevo in faccia, e lui mi ha sempre ringraziato per questo. Però sì, a quei tempi c'erano due-tre costruttori che potevano darmi noia in prima categoria e lui era certamente tra quelli. Gilbert è stato un amico capace e sincero, e già questo basterebbe. Aveva grandi doti e idee, ha reso onore al nostro Carnevale».
E c'è poi chi, come i suoi più stretti collaboratori, ricorda un Gilbert che ha sempre considerato il Carnevale una festa popolare. Tant'è che fu tra i più convinti sostenitori del corteo "Avanti con le maschere", che sfilò nel giugno di due anni fa per sensibilizzare la città sull'importanza della manifestazione e del Carnevale estivo nato e finanziato dal basso. «Ti infondeva la giusta energia per affrontare qualsiasi tipo di sfida: nella sua filosofia, intrisa di positività e rivolta all'armonia all'interno del gruppo di collaboratori, non esistevano problemi bensì soluzioni. Era umile, si confrontava con tutti, ma da vero artista quale era difendeva le sue creazioni. E quasi sempre aveva ragione, anche quando le sue proposte apparentemente non avevano filo logico». E ancora: «Con i suoi stimoli sapeva tirarti fuori un talento che nemmeno tu pensavi di avere. Credo che sia emblematico quello che disse una ragazza danese quando siamo andati laggiù per un progetto: non sapeva nemmeno disegnare, ma dopo una settimana con Gilbert sapeva già maneggiare la cartapesta...».
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