Il Tirreno

Versilia

Costretti a chiedere la giustizia negata

di Donatella Francesconi

L’ex procuratore Guariniello: c’è ancora troppa impunità

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VIAREGGIO. Costretti a chiedere giustizia. Dopo 25, 22, 10 anni, senza poter essere «uomini liberi in un Paese democratico», per dirla con Loris Rispoli, presidente del Comitato Moby Prince, tragedia da 140 morti che oggi vede al lavoro - 25 anni dopo - la commissione d’inchiesta parlamentare. Cos’è la giustizia e cos’è l’ingiustizia, parafrasando Giorgio Gaber, nel giro d’Italia dei disastri che la mano dell’uomo non ha voluto/saputo evitare. Di fronte all’ex magistrato di Torino Raffaele Guariniello, uno che di carte in materia di sicurezza ne ha macinate per chilometri, scorrono i volti di chi da un giorno all’altro si è ritrovato con una mano ad asciugare il lutto e con l’altra a maneggiare il codice penale. «A San Giuliano di Puglia un giudice ha detto che il geometra comunale condannato per la morte di 27 bambini sotto le macerie della loro scuola deve tornare a lavorare come responsabile dell’ufficio tecnico di San Giuliano», racconta papà Antonio Morelli che quella mattina sapeva Morena, sei anni, al sicuro con i suo compagni appena affacciati alla vita. «La Cassazione ha stabilito che dobbiamo tornare all’appello in Tribunale a Napoli - prosegue Morelli -. Ma la giustizia non può essere, oggi in questo Paese, la giustizia per i potenti».

Ne sa qualcosa un altro padre, Sergio Bianchi, un figlio morto nel crollo della Casa dello studente, terremoto del L'Aquila. Anche per questa vicenda la Cassazione ha stabilito che si torni indietro, all’Appello: «Ma sono trascorsi venti giorni in più da quanto stabilito per la legge per il termine in cui le motivazioni della sentenza vanno depositate e così non è stato. L’avvocato mi ha spiegato che non è prevista alcuna sanzione per i giudici che non depositano in tempo. Ed il 6 ottobre è l'ultimo giorno utile per fare il processo per quel reato».

Seduta tra i tanti che ieri pomeriggio hanno affollato la sala di rappresentanza del Municipio di Viareggio, anche la madre di una delle vittime del crollo della torre in porto a Genova, la foto del figlio stretta al petto. E non è mancato il sindaco di Livorno, Filippo Nogarin.

Di «devastante senso di giustizia negata» ha parlato Raffaele Guariniello che ha da poco smesso i panni di Procuratore della Repubblica: «Non c'è regione d'Italia in cui non abbia potuto toccare con mano questo senso di impunità e giustizia negata». Eppure non è una maledizione del sistema giudiziario italiano. E la soluzione è a portata di mano: «Dai politici è sacrosanto aspettarsi le risorse necessarie per la giustizia», sono le parole di Guariniello. Che aggiunge: «Abbiamo tutti gli strumenti normative processuali, ma ci sono grosse difficoltà. La grande richiesta che rivolgo al Governo è: cerchiamo di abbreviare i tempi dei processi». E viene in mente in che condizioni ha lavorato la “squadra” in campo su un disastro ferroviario da trentadue morti. Basti pensare che la Procura di Lucca - sulla quale pesa una “bestia” del genere - è quasi da un anno senza Procuratore capo. Cosa, evidentemente, ritenuta normale per un sistema giudiziario che dimostra di non sapere fare i conti con la vita e la straordinarietà degli eventi che la stessa, purtroppo, propone.

Guariniello è tornato sulla proposta che gli è cara: «Creare organizzazioni giudiziarie altamente specializzate, con competenza estesa su tutto il territorio nazionale». Una Procura che si occupi di sicurezza a tutto campo, con magistrati che siano in grado di specializzarsi nella materia e poi mettere a frutto quanto imparato.

Quando Gloria Puccetti, presidente del comitato “Noi non dimentichiamo” ha puntato il dito sull’impietoso “balletto” delle sentenze dei vari gradi di giudizio, Raffaelle Guariniello ha tolto il velo su quello che tutti sanno: «Salendo nei gradi di giudizio la difesa degli imputati conosce bene le carte ed il magistrato no, non li studia, sono una mole di atti che non guarderà. Per questo propongo di applicare il pm di primo grado anche in Cassazione».

Viareggio resiste, è il vento che soffia lungo l’Italia delle stragi che si sarebbero potute evitare. E si fa simbolo per una giustizia che non abbia paura di guardarsi allo specchio, con il coraggio di aprirsi al mondo, per cambiare cosa non va. Questo è il vero dibattito che dovrebbe attraversare il Paese.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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