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Versilia

Finotti: il tesoro di Pietrasanta sono gli artigiani

di DOMENICO LOMBARDI
Finotti: il tesoro di Pietrasanta sono gli artigiani

L’artista che vive qui gran parte dell’anno sogna un museo internazionale della scultura

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di DOMENICO LOMBARDI

Uno scultore carismatico, originale come pochi, espressione di una creatività che non si concede facilmente. L’opera di Novello Finotti è un raffinato connubio tra singolarità iconografica e preziosa tecnica che si fa strada verso il concettualismo contemporaneo. Classe 1939, veronese, dal 1974 lavora e vive gran parte dell’anno a Pietrasanta.

Come inizia la sua storia di scultore?

«Dopo qualche anno di insegnamento all’Accademia Cignaroli e al liceo artistico di Verona, iniziai a fare le prime mostre, a lavorare il bronzo. Nel mio percorso è stato particolarmente importante l’incontro con il collezionista e gallerista greco Alexander Iolas: vide alcuni dei miei lavori e mi propose una mostra a New York, a Parc Avenue. Fu un’esperienza importante che mi aprì le porte ad esposizioni a Milano, Atene, Londra e a grandi conoscenze con artisti come René Magritte, Max Ernst, Sebastian Matta. Mi segnò particolarmente la conoscenza con De Chirico e con la metafisica. In occasione di un mio soggiorno ad Atene per un ritratto a Iolas, visitai l’Acropoli, ammirai le opere di Fidia, Prassitele e scattò in me il desiderio di lavorare il marmo. Nel 1966 ebbi il primo invito per la Biennale di Venezia con un gruppo di opere e nel 1984 un nuovo invito».

Quali materiali lavora?

«In primis la creta, con la quale ho sempre realizzato i bozzetti in scala 1:1 definiti nei minimi particolari. Il bronzo trattato con diverse patinature. Il marmo che, a differenza del bronzo, porta luce, fa perdere alla scultura il peso dell’opera, esalta le trasparenze. Mi sono confrontato con la delicatezza del bianco e con l’assenza di colore del nero del Belgio. Con particolari scalpelli sono riuscito a disunirne la superficie con graffi, incisioni, punteggiature così da muoverlo, illuminarlo, schiarirlo da nero a grigio nelle sue varie tonalità. Infine il granito e il legno, in particolare il prezioso ebano».

Quali sono le caratteristiche della sua scultura?

«L’opera, prima di essere espressa, deve vivere dentro di me, a lungo, perché ogni giorno si avvertono nuove vibrazioni. E parte integrante diventa la conoscenza della tecnica. Più si conosce, migliori sono i risultati per raggiungere l'armonia dell’opera».

Quale messaggio inviano le sue opere?

«La mia scultura, né realistica, né astratta, vive nel suo mondo simbolico. Scavo dentro di me, nei ricordi della mia infanzia, nel tempo di guerra, alla ricerca delle emozioni più forti».

Perché Pietrasanta è una città d'arte?

«Per la sua storia, per i suoi artisti, ma soprattutto per i suoi artigiani. Le botteghe d’arte sono, da sempre, il suo ineguagliabile patrimonio. Dietro a un grande artista c’è un grande artigiano. Basti ricordare Canova, Donatello, Bernini che, in epoche diverse, hanno collaborato con gli artigiani per la realizzazione delle loro opere».

Come vede un ulteriore sviluppo artistico della città?

«Sono un po’ pessimista. L’arte contemporanea è sempre più subordinata alla tecnologia. Spesso capita di chiedersi, di fronte a una scultura, se sia fatta con il computer o con il cuore».

Cosa pensa di un museo internazionale di scultura a Pietrasanta?

«Sarebbe una bellissima idea. La testimonianza che a Pietrasanta sono passati artisti di alto livello. É importante mostrare la pluralità delle voci degli scultori che qui hanno respirato la polvere del marmo e usato gli scalpelli. Si farebbe capire, in questo modo, cos’è stata e cos’è Pietrasanta, la sua identità. Un incentivo per i giovani e un’ulteriore attrazione per quanti amano l’arte».

Quali sono gli artisti che ammira di più? E quali sono le sue letture?

«Quando un’opera d’arte trasmette emozione vale la pena fermarsi. Leggo pubblicazioni di arte, Kafka che amo molto ascoltando musica».

Quale consiglio darebbe ai giovani scultori?

«Se avvertono forte il bisogno di esprimersi con la scultura è giusto diano libero sfogo. Senza fretta, però, con tanta pazienza, curiosità e spirito di osservazione. È molto importante la conoscenza dei materiali che si acquisisce con l’esercizio e l’esperienza».

Qual è l’evento che più lo ha colpito?

«Fu nel 2001 quando ho eseguito il decoro in bronzo dorato per l'altare di Beato Giovanni XXIII per la basilica di San Pietro. Rimasi solo, di notte, per alcune ore nella Basilica. Fu un’emozione indescrivibile essere a tu per tu con la Pietà di Michelangelo, con le opere di Bernini, di Canova. Mi sono seduto proprio vicino alla tomba di Papa Giovanni e ci ho parlato con molta emozione».

Progetti futuri?

«Progetti non ne faccio più. Ho in corso una mostra in Corea, sino al 10 luglio, nel prestigioso Museum of Art di Busan. È la seconda tappa di un tour espositivo che in prima battuta, la scorsa primavera, mi ha visto protagonista al Seoul Museum, nella capitale del paese. Presento opere dal '66 sino alle ultime creazioni, in marmo, bronzo, granito, basalto, tra le quali anche le opere esposte nel 1966 e nel 1984 alla Biennale di Venezia. Penso che scolpire non debba essere fatica. Una scultura sana nasce da un artista sano. Bisogna avere l’umiltà di capire che non si può andare oltre il livello raggiunto».

Hobby?

«Da ragazzo giocavo a calcio in seconda divisione, nel Cerèa. Sono tifoso del Chievo perché è una squadra “povera”: i giocatori sono pagati il giusto e giocano con grande dignità».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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