Il Tirreno

Versilia

Centro città nella morsa della violenza tra bande

di Donatella Francesconi
Centro città nella morsa della violenza tra bande

Il grido di commercianti e residenti: dalla stazione a via Mazzini e poi il mercato tenuti sotto scacco dallo spaccio e dalla guerra quotidiana tra nordafricani

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VIAREGGIO. L’auto arriva sgommando a tutta velocità in piazza Dante, motore acceso e grida in arabo. In un attimo la zona si anima, mentre il sole tramonta ed inizia la lunga notte degli ultimi giorni di ramadan. Una ventina di giovani nordafricani corre lungo via Mazzini. Tra di loro si spintonano, il clima è surriscaldato. Davanti alla pizzeria “Gino” vola il bidone del vetro, nel senso che uno lo tira addosso all’avversario. In via San Martino - sono le immagine delle telecamere a raccontarlo - la corsa sul marciapiede con i mano i bastoni ed i caschi. Nella macelleria islamica di via San Martino-angolo via Veneto un uomo viene ferito. La zuffa continua sul marciapiede di via San Marttino, mentre i clienti dell’hotel sull’angolo di via Veneto guardano atterriti ed i commercianti della zona si chiudono all’interno. È andata così, mercoledì nel tardo pomeriggio. Mentre in Passeggiata, dieci minuti a piedi dalla zona dell’aggressione, si tagliava il nastro del nuovo bar “Galliano”.

«Raccontatelo voi», è la voce di commercianti del centro di fronte al cronista, il giorno dopo. Nessun tono razzista, niente tifo da Lega. Solo la fotografia della realtà. «Per non essere razzisti, il razzismo si fa al contrario»: è la voce della protesta in via Mazzini. Dove la richiesta non è quella di avere più polizia e carabinieri («da qualche tempo l’azione si è fatta più energica», testimonia Luca Guglielmi, tassista alla stazione) ma più Asl, annonaria, Suap, Nas per i tanti locali gestiti da stranieri. «C’è uno dei kebab della zona - così il racconto - che non ha il bagno. Chi si ferma all’interno a consumare, se ha piovuto si sciacqua le mani nei rigagnoli lungo il marciapiede».

Venerdì scorso, in piazza Dante, «un gruppo di nordafricani si litigava una bicicletta, strattonandosi gli uni con gli altri». Avrebbe potuto essere quella presa a noleggio da un turista francese che, appoggiate le due ruote al muro della lavanderia di via Mazzini, se l’è vista sottrarre «nel tempo di chiedere fino a che ora eravamo aperti», racconta la titolare dell’attività. L’uomo non si è lasciato cogliere di sorpresa: «Ha inseguito il ladro ed in mezzo all’incrocio è riuscito a fermarlo, acchiappandolo per il bavero del giubbotino che indossava».

Le voci ascoltate testimoniano la stessa posizione: non è un problema di nazionalità, «ma di decine di giovani che non fanno niente tutto il giorno, hanno telefonini ultimo modello, auto, moto. E, dunque, possono fare una cosa sola: spacciare». Di tutto. Eroina compresa. Tanto che si sono registrare tre overdosi, una dopo l’altra, in tre giorni.

«Abito qui da vent’anni e siamo sgomenti», è la voce di una residente, Letizia Ferradini: «E lo voglio dire forte, a tutti, che non bisogna avere paura ma dobbiamo parlare. Perché il silenzio è la cosa peggiore». L’istantanea della signora Letizia racconta che il popolo degli spacciatori, tre giorni fa, «se l’è presa con un senegalese, un venditore con la sua merce. «L’hanno circondato e spintonato. Lui ripeteva “don’t touch me”». Il dubbio è che i venditori di droga possano pensare di “allargarsi” fino al controllo dell’attività di vendita ambulante, contraffatta o meno che sia.

Alla pizzeria “da Gino”, quarant’anni di vita in via Mazzini, si raccolgono le firme in calce all’esposto diretto alla Procura della Repubblica. «Poliziotti e carabinieri - sono le parole di Pellegrino Pellegrini - ci dicono “possiamo anche arrestarli... ma poi?”. E quello che mi è successo ne è la riprova. Hanno tentato di rubare in casa nostra. Hanno sfasciato la serranda ed il vetro è esploso. Sono stati rintracciati, denunciati, arrestati. Due giorni dopo erano agli arresti domiciliari. Noi chiediamo solo interventi seri nei confronti di chi delinque. Punto».

La situazione peggiore, alla stazione, si ha nel pomeriggio: «Bighellonano a gruppetti», è l’occhi allenato di chi sta all’edicola: «Se giochi alle macchinette - così Francesco Bertogli - ti ritrovi circondato. E se vinci cominciano con “dammi qualcosa, c’ero prima io”. Ogni tanto, poi, capita di vedere un anziano che corre dietro uno straniero gridando di restituirgli la bicicletta». Anche per Cristina Del Bianco, parruchiera storica di via Mazzini la situazione è peggiorata: «Qualche lunedì fa si sono picchiati con le catene. Così finisce che la clientela molla e non la vedi più».

Salvatore Podda ha da una vita il bar “Ciao”: «Ci chiamavano il Caffé degli artisti. Ma erano altri tempi. Qualche giorno fa è passato Cipollini e mi ha detto: “Salvatore, ma ti hanno messo al cimitero?”. Via Mazzini è rimasta al buio per quattro giorni. Per non parlare dei cumuli di spazzatura, perenni. È una vergogna».

Sono cambiate le facce - di esperienza ne ha macinata, dietro il bancone del bar della stazione, Teresa Pierotti: «Sono più giovani, “bimbetti” da sotto i vent’anni ai venticinque massimo». Disposti a tutto.

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