L’ex cavatore anarchico tornato sui banchi di scuola
Piero Boldrini, 69 anni, sta dando gli esami all’istituto serale alberghiero del Marconi «Non volevo che mi si atrofizzasse il cervello. E ora, da grande, voglio fare il cuoco...»
VIAREGGIO. Per tutti i suoi compagni di scuola ormai è semplicemente “il Barba”, grazie a quella peluria brizzolata che gli incornicia il volto, specchio dei suoi 69 anni. Un padre per alcuni, per molti altri, studenti poco più che diciassettenni, un nonno: del resto quando ad ottobre Piero Boldrini di Riomagno (Seravezza) si è seduto ai banchi dell’istituto professionale Marconi di Viareggio per affrontare l’anno scolastico 2015/16, corso serale con indirizzo alberghiero, è stata una sorpresa per tutti.
Cavatore in pensione, prestato poi alla fotografia, lavapiatti per due stagioni, bibliotecario per diletto. Ed anche anarchico per lunga e solida tradizione familiare: anarchico convinto il bisnonno materno Isaia Bandelloni che bazzicava Carrara e il Malatesta, quell’Errico nazionale tra i maggiori teorici del movimento. Anarchico anche Piero, anche se l'aggettivo che meglio lo descrive è “sorprendente” per uno come lui che alla soglia dei settanta segue la voglia di rimettersi in gioco e ricominciare a studiare.
«Di libri in realtà, in questi anni, ne ho continuati ad aprire e leggere tantissimi, almeno due alla settimana, soprattutto da quando per l'Auser di Pietrasanta presto servizio volontario come guardiano di Palazzo Mediceo a Seravezza, sede anche della biblioteca. Ma - spiega Piero - ad un certo punto mi sono accorto che non mi ricordavo nulla di quello che leggevo e allora ho pensato che il cervello andava rimesso in moto per evitare che si atrofizzasse. Dovevo ricominciare a studiare e riprendere laddove avevo lasciato più di cinquant’anni fa».
Piero infatti la scuola l'aveva mollata a 16 anni: dopo le medie si era iscritto all'Iti a Massa, ma poi il padre Vincenzo, vecchio cavatore che lavorarava il marmo secondo gli antichi dettami, aveva aperto una segheria di marmo proprio a Riomagno, borgo abbarbicato sulle Apuane care a Michelangelo. Così Piero ha deciso di seguire le orme paterne e imparare un mestiere. «Non erano ancora i tempi del filo diamantato – racconta - allora il marmo si lavorava in modo diverso e mio padre mi insegnò i segreti degli antichi cavatori».
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L'esperienza durò dal 1964 al 1985. Poi Vincenzo Boldrini decise di chiudere la sua azienda e Piero, forte della sua esperienza, passò in forza alla ditta Giari marmi e graniti. «Ho durato quattro, cinque anni - racconta Piero - non di più. La mia vena anarchica mi portava spesso a degli scontri con i titolari. Così decisi di lasciare e dedicarmi alla fotografia, aprendo un negozio a Querceta sulla via Aurelia. Ma anche in questo caso ha pesato la crisi del marmo perché realizzavo cataloghi per le aziende, ma man mano che le ditte chiudevano io perdevo commesse. Così ho dovuto chiudere».
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Zainetto, quaderni, diario e tanti nuovi compagni: Mirko, Walter, Francesco, tanti potenziali nipotini a cui Piero in questi nove mesi ha dispensato consigli e insegnamenti di vita. Senza contraddire mai le sue radici: a loro spiegava la necessità di autoderminare la propria vita. Da quel buon anarchico quale ancora è.
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