Sicurezza
Si ricorda la tragedia della Sipe
Il sindaco Buratti e don Malvaldi rendono onore alle undici vittime
FORTE. Viene ricordato oggi il centesimo anniversario dalla terribile esplosione che il 31 maggio del 1916 dilaniò il Polverificio della Sipe a Vittoria Apuana, mietendo undici vittime e lasciando sul campo tantissimi feriti. Alle 11,30 don Piero Malvaldi e il sindaco Umberto Buratti lo faranno con un momento di raccoglimento al cimitero vecchio, davanti alle sepolture, dove sarà deposta una corona di alloro, mentre nel pomeriggio alle 18 sarà celebrata in Sant’Ermete (allora la parrocchia di Vittoria Apuana non esisteva ancora) una messa in suffragio. «Una strage - ha dichiarato il sindaco Umberto Buratti - che scosse profondamente il paese e che oggi vogliamo commemorare, insieme ai parenti delle vittime, per ricordare un avvenimento che ha indelebilmente segnato la storia di Forte dei Marmi». Alle celebrazioni parteciperanno anche gli studenti del liceo scientifico di Forte dei Marmi. Certo, oggi, in pochi immaginerebbero che laddove sorge la casa di cura San Camillo, cent’anni fa, c’era nientemeno che il polverificio più importante d’Italia, quello della Sipe, la Società Italiana prodotti esplodenti giunta in Versilia nel 1891 per fabbricare mine esplosive per le cave di marmo. Ma che con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale - come ricorda Giorgio Giannelli nel suo “Versiliesi a Vittorio Veneto” - fu subito messo in grado di rifornire tutte le polveriere d’Italia. Dal settembre 1915 la Sipe dell’ingegner Ferdinando Quartieri (oltre ad essere uno dei maggiori azionisti fu lui a donare al Comune l’omonimo palazzo) dette, infatti, un decisivo contributo alla Grande Guerra. Da qui partivano i proiettili per i cannoni, ma anche per le bombe mano e gli esplosivi, e per aumentare la produzione si fecero presto anche i turni di notte. Casotti e magazzini si estendevano fino all’attuale campo da golf e da lì partivano i vagoni per la ferrovia a Querceta o per l’imbarco dal pontile che la Sipe aveva realizzato davanti a Villa Bertelli, e dopo Caporetto si fecero perfino un’aviosuperficie per raggiungere più velocemente il fronte. Insomma, una realtà industriale che assorbiva tantissima manodopera in periodi in cui il lavoro era preziosissimo. Il pomeriggio del 31 maggio 1916, però, Vittoria Apuana visse una delle più grandi tragedie che questo paese abbia dovuto affrontare: alcune esplosioni udite a distanza di trenta chilometri, uccisero undici operai ferendone ottantasette, trentadue dei quali rimasero invalidi permanenti. E solo per volontà di alcuni coraggiosi furono evitate altre vittime, giacché lo stabilimento contava allora 900 dipendenti (arriverà ad averne 3500). La Sipe comunicò che erano esplosi ben 540mila chili di polvere e più di 10 mila andarono persi nei depositi crollati che non presero fuoco perché prontamente isolati dai volontari che furono protagonisti di tanti gesti eroici. Degli undici morti, si ricordano i nomi di nove: Lorenzo Gabrielli, Pietro Della Tommasina, Giuseppe Corfini, Luigi Sarti, Agostino Lorenzi, Angiolo Federigi, Bartolomeo Leonardi, Pietro Checchi e Caterina Benedetti. Il più giovane aveva 25 anni, il più anziano 61.
Franco A. Calotti
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