Il dolore
La Corte d’Appello: Patrimonio fallita
La decisione attesa conferma la scelta del Tribunale di Lucca
VIAREGGIO. Questo fallimento “s’ha da fare”, secondo la prima Sezione civile della Corte d’Appello di Firenze presieduta da Andrea Riccucci, che ieri ha deciso in merito al fallimento della Viareggio Patrimonio disposto dal Tribunale di Lucca il 15 settembre 2015. Contro la sentenze del giudice Giacomo Lucente avevano presentato reclamo la Banca del Monte di Lucca, la società “Battisti” di Massimo Matraia, proprietaria dell’immobile di via San Francesco che è sede della Patrimonio e Gian Luca Ruglioni, chiamato dall’amministrazione Betti a ricoprire l’incarico di amministrazione unico della società. Un procedimento che ha visto confrontarsi un bel gruppo di avvocati amministrativisti: Ermindo Tucci per la banca, Roberto Righi e Alberto Morbidelli per Matraia, Simone Giugni e Stefano Ciulli per Ruglioni, Pier Luigi Santoro ed Elisabetta Santoro per il curatore della Patrimonio, Donato Bellomo, rappresentante della società.
Una sentenza dall’esito atteso, perché gli indirizzi del Governo nazionale in materia di partecipate vanno nello stesso senso della sentenza della Corte d’Appello. Anche se i giudici fiorentini (con Riccucci firmano la sentenza Domenico Paparo e Dania Mori) tengono a scrivere che «la questione controversa oggetto del presente processo deve essere risolta indipendentemente da quanto indicato nello schema di decreto legislativo attuativo della riforma della Pubblica amministrazione varato lo scorso 20 gennaio dal consiglio dei ministri e riguardante le società a partecipazione pubblica».
La scelta della Corte, oltre a dare respiro al curatore, ora effettivo “dominus” del fallimento senza lo sfinimento dell’attesa del giudizio, fissa un provvedimento importante, nel quadro della giurisprudenza nazionale in tema di fallimenti delle società “in house” degli Enti pubblici.
Questione complessa, che ha visto molti pronunciamenti di identico e diverso avviso, sulla quale i giudici d’Appello toscani mostrano una certezza granitica: «I reclami sono infondati, non potendosi ritenere che Viareggio Patrimonio Srl in liquidazione possa considerarsi un “ente pubblico”, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 1 della Legge fallimentare». I passaggi successivi argomentano il concetto: «Ritenere che, pur in mancanza di una espressa norma di legge in tal senso, una Spa o una Srl sia assimilabile ad un Ente pubblico, e pertanto sottratta alla disciplina ordinaria del fallimento solo in ragione delle sue particolari caratteristiche contrasta con alcuni dati normativi che militano in senso contrario, primo fra tutti l’articolo 4 della legge n.70/75» nel quale si stabilisce che «nessun nuovo Ente pubblico può essere istituito o riconosciuto se non per legge». In più, «la proprietà pubblica del capitale sociale della società “in house” non modifica la natura privatistica dei rapporti posti in essere dalla società con i terzi, dal momento che essa opera con i normali strumenti privatistici, non è dotata di alcuno “ius imperii” e persegue, se non uno scopo di lucro, quanto meno il fine del pareggio di bilancio».
Le argomentazioni della Corte sono ben più complesse di quanto riassumibili su queste pagine, e corroborate da numeroso materiale giurisprudenziale. Ma al contesto generale delle argomentazioni, si aggiunge la peculiarità di un’esperienza come quella della Viareggio Patrimonio fallimentare bel al di là dei numeri o della legge da applicare. Lo riconoscono anche i giudici fiorentini, là dove scrivono: «È assai dubbio che il Comune di Viareggio abbia davvero esercitato sulla società Viareggio Patrimonio “un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi”: gli atti depositati dalla curatela «dimostrano come la società sia stata lasciata senza alcuna guida dell’Ente pubblico almeno negli ultimi 3 anni in cui ha operato prima della recente dichiarazione di fallimento, non essendo stati approvati i Piani operativi annuali previsti dallo statuto negli anni compresi dal 2012 al 2015, ed essendo andate deserte le relative assemblee nelle quali il Comune avrebbe dovuto esprimere il proprio indirizzo sull’attività della società, anche in relazione alle criticità che erano emerse sotto il profilo finanziario».
Insomma, le bufere politiche mal si sposano con gli obblighi di controllo delle società da parte dell’Ente pubblico. Senza voler discolpare nessuno - perché la storia della Patrimonio non fa onore alla politica locale - va però ricordato che tra 2012 e 2015 Viareggio ha visto due commissari (Domenico Mannino e Massimo Romeo) e una amministrazione (quella del sindaco Betti) alla quale il Pd ha staccato la spina dopo appena 16 mesi di governo.
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