La protesta
Manifesto per le Apuane: tuteliamo i nostri tesori
Associazioni ambientaliste e comitati uniti per difendere il piano paesaggistico e chiedere la sostenibilità dell’attività estrattiva. Nove proposte per la svolta
PIETRASANTA. Le maggiori associazioni ambientaliste nazionali – Legambiente, Italia Nostra, Wwf, Cai, Fai – e i comitati a difesa del territorio, con i loro nodi social di Salviamo le Apuane e Salviamo le Alpi Apuane. Tutti riuniti a Pietrasanta per quelli che sono stati definiti gli Stati generali delle Alpi Apuane: un convegno per lanciare un manifesto con le idee, le richieste e gli obiettivi che dovranno guidare l’azione di tutti coloro - il Coordinamento Apuano - che si riconoscono nell’alleanza a difesa del piano paesaggistico regionale. Nel chiostro di Sant’Agostino, alla presenza dell’ex assessore regionale all’urbanistica Anna Marson, il manifesto è stato illustrato, discusso e alla fine votato. Mancava il Comune: un’assenza che, fra sarcasmo e perplessità, non è passata inosservata. «Prendiamo atto - ha detto Eros Tetti, del Coordinamento Apuano - che né il sindaco, come peraltro anticipato, né altri rappresentanti dellae Giunta si sono fatti vedere, neppure per un saluto istituzionale. Un comportamento che si commenta da solo».
Le montagne mangiate. Il manifesto parte dall’analisi della situazione: da una prospettiva che contesta quella che viene definita “la distruttiva accelerazione del prelievo dell’oro bianco”. «Sono quasi 600 le cave sulle Apuane, di cui 150 attive - si legge nel manifesto - se all’epoca dei Malaspina (1750) si cavavano circa 5 mila tonnellate/anno di materiale, oggi le quantità annue prelevate assommano a circa 5 milioni di tonnellate. E i segni della devastazione non sono solo quantitativi. I dati di Assindustria parlano di percentuali di prelievo per blocchi che si attestano sul 25%. Il resto è detrito, scaglie, polveri di marmo e terre di cava. Un modello neocoloniale, a dir poco predatorio, che alimenta il business internazionale del carbonato di calcio, impiegato come sbiancante nell’industria dei materiali edili e della cosmesi».
Il caso dei beni estimati. Il manifesto punta poi il dito sull’editto, del 1° febbraio 1751, emanato dalla Duchessa Maria Teresa Malaspina per sopire le rivendicazioni di alcuni facoltosi utilizzatori abusivi di cava, che rischia di condizionare, a distanza di due secoli e mezzo, il dibattito giuridico sulla natura comunitaria degli agri marmiferi carraresi. «La legge 35/2015 della Regione Toscana - si legge nel documento degli ambientalisti - avrebbe meritoriamente riaffermato il carattere pubblico di quei beni ascritti all’estimo nel 700, ma il Governo ha impugnato la legge presso la Corte Costituzionale e gli industriali, sulla base dei contratti di acquisto, hanno rivendicato la proprietà privata di quei beni. Il rischio è di veder trasformate le concessioni in titoli di piena proprietà».
Tesori unici al mondo. Le Apuane sono uno scrigno prezioso capace di contenere da solo oltre il 50% della biodiversità regionale: un’area carsica tra le più importanti d’Europa, grotte, antri, doline, solchi, inghiottitoi, abissi, per un sistema che conta oltre mille siti d’interesse geologico.
Le aree contigue di cava. «È un unicum giuridico - viene definito nel manifesto - un ossimoro, che permette alle aziende di cavare in aree intercluse nel Parco, come se il Parco non esistesse. Ebbene, il Coordinamento Apuano si pone oggi l’obiettivo politico di cassare l’incongruenza statutaria, andando alla progressiva chiusura di queste 70 cave e alla conseguente sostituzione dei vertici dirigenziali del Parco».
Filiera corta e lavoro. «Per la sua unicità planetaria, occorre tutelare il paesaggio apuano. Per questo va finalmente regolata l’attività estrattiva, indirizzandola sui marmi di eccellenza, che sono la vera “materia prima” per una effettiva filiera corta nelle lavorazioni. Per questo occorre bonificare e riqualificare i siti estrattivi abbandonati e i ravaneti, stabilizzando i versanti e dando corpo a un’azione di effettiva prevenzione del rischio idrogeologico». Oltretutto la monocultura marmo, viene sottolineato riportando i dati della Cgil, ha anche ridotto i posti di lavoro: erano 10mila 40 anni fa, ora sono 2.000.
Le nove proposte. Da qui un pacchetto di possibili azioni per una rinascita delle Apuane: 1) riconoscerne i territori e i paesaggi come beni comuni; 2) promuovere la conoscenza dei valori identitari del territorio apuano; 3) incentivare il ritorno alla montagna; 4) restituire centralità ad un Parco completamente “rinnovato” nella dirigenza; 5) sviluppare il turismo sostenibile; 6) porre le basi per favorire l’autoproduzione energetica da fonti rinnovabili (geotermia, biomasse, microeolico, fotovoltaico); 7) favorire la ricerca e l’innovazione, rafforzando le relazioni con tutti i poli universitari toscani; 8) creare un tavolo di crisi con tutti gli attori del comparto estrattivo per ottimizzare gli effetti sociali di una diversa e più sostenibile modalità di prelievo della risorsa lapidea; 9) creare i presupposti giuridici e socio/economici per una economia che sappia intercettare l’enorme mole di materiale di scarto del distretto marmifero ai fini di un suo virtuoso riciclo nell’industria edile e del restauro.
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