Sicurezza
Fango su ex sindaco di Viareggio dall’affiliato a un clan: «Ignobile diceria»
I magistrati non danno credito al collaboratore di giustizia: l’ex sindaco di Viareggio non è indagato. «Ma sono profondamente ferito»
VIAREGGIO. Gira e rigira le cinque paginette tra le mani con l’aria scioccata di chi si ritrovi catapultato dentro il peggiore dei film: «Ho incaricato l’avvocato di presentare querela e sono a disposizione della legge, come sempre». Ma Luca Lunardini, medico ed ex sindaco di Viareggio con una Giunta di centrodestra è anche «profondamente ferito». Dalle parole del collaboratore di giustizia Francesco Martino. Che - interrogato dal sostituto Procuratore Cesare Sirignano (all’epoca Dda Napoli, oggi alla Direzione nazionale antimafia), nel marzo 2013 - lo disegna come protagonista di voto di scambio con la Camorra. Di fronte a quelle dichiarazioni, Lunardini - che non è indagato, non è mai stato contattato dai magistrati, e fino a giovedì sera niente sapeva - non ha avuto dubbi. E seduto davanti al cronista, accompagnato dall’avvocato Sandro Guerra, mostra le carte e sceglie di parlare in prima persona.
«Ma ci si rende conto di quello che Martino va raccontando? Si parla di un attentato che si sarebbe progettato di mettere in atto contro di me perché una volta eletto non avrei rispetto i patti. Ma quali patti? Ma di cosa stiamo vaneggiando. Patti è una parola che non rientra nella mia vita, nel mio Dna. Io non ho mai fatto patti con nessuno, e sfido chiunque a dimostrare pubblicamente il contrario».
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L’inchiesta tra le cui carte compare anche l’interrogatorio in questione è quella relativa alle truffe assicurative, modo alternativo alle estorsioni con il quale finanziarie il clan dei Casalesi. Clan che vedeva a Viareggio - lo raccontano le inchieste campano-fiorentine - «una cellula stabile».
Francesco Martino - il cui ruolo, secondo gli inquirenti, «nel sodalizio non appare di basso profilo», tanto da essere definito come «al centro degli interessi del clan nel territorio di Viareggio» - esordisce raccontando delle elezioni a Viareggio che si sono tenute, gli sembra, nel 2009-2010.
«Si comincia bene in quanto ad attendibilità», commenta Lunardini scorrendo con il dito le parole che bruciano: «Le amministrative che mi hanno eletto sindaco sono state nel 2008». Martino fa i nomi degli appartenenti al clan ai quali il dottore-candidato si sarebbe rivolto per avere voti. «Persone sconosciute che parlano di cose sconosciute», continua l’ex sindaco che oggi si è ritirato dalla politica al punto di non essere più neppure iscritto a Forza Italia. Ma Lunardini conosce bene i meccanismi della politica: «Non escludo che qualche vento politico del passato possa dilettarsi nello spargere questa notizia. E chi lo sta facendo, se saranno delineati gli estremi legali, ne risponderà».
Il personaggio chiave del rapporto con il candidato viene indicato in Marino Cesario, considerato dagli inquirenti una delle menti dei falsi incidenti organizzati in Versilia per truffare le compagnie di assicurazioni e destinatario di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. «Si parla di mozzarelle, di una festa con un catering», racconta Lunardini sfogliando le carte dell’interrogatorio di Martino, «e di meridionali che sarebbero stati contattati e a loro volta avrebbero cercato altri meridionali... Lo trovo anche offensivo, sinceramente... Come si volesse indicare che tutti i meridionali sono camorristi o affiliati». Considerazione alla quale Lunardini aggiunge un ricordo di quella campagna elettorale: «Un mese, ventiquattro ore su ventiquattro, ed ovunque sempre insieme agli altri candidati. Ci incrociavamo davvero ovunque».
Tra coloro che si impegnarono nella campagna condotta casa per casa - ancora secondo quanto dichiarato nel corso dell’interrogatorio - c’era Salvatore Mundo, detto "O' mister", anche lui coinvolto nelle altre inchieste che ne hanno visto la condanna che sta scontando in carcere. Mundo, capo clan che «viveva con lo stipendio che gli veniva riconosciuto dal clan Russo», come si legge nelle carte, nell’ambito dell’inchiesta sulle truffe assicurative si è visto annullare l’ordinanza cautelare in carcere «per grave carenza di indizi», sottolinea l’avvocato Sandro Guerra.
In cambio del voto - sono le parole del collaboratore di giustizia - a qualcuno arrivava un assegno, ad altri regali o soldi, a qualcun altro ancora veniva regalata della mozzarella. Agli affiliati al clan, invece, sarebbero stati promessi un chiosco a Viareggio e appalti.
«Parole, fatti, personaggi - è la considerazione dell’avvocato Guerra - che certo non fanno pensare possano essere sottovalutate. Eppure, nei successivi interrogatori allo stesso Martino i magistrati non toccano più l’argomento, neppure lo sfiorarono, non compaiono “omissis” e dopo tre anni il mio assistito non ha ricevuto atto alcuno. Questo la dice lunga su quanta credibilità sia stata attribuita al racconto del collaboratore di giustizia».
Lunardini riprende il filo dei ricordi, e sono ore in cui la mente ripercorre ogni giorno di quell’esperienza in Municipio: «Nei miei quattro anni da sindaco ho portato a casa l’onestà che è la mia unica ricchezza», sono le parole pronunciate con orgoglio dall’ex primo cittadino: «E se c’è un mondo con il quale non ho mai avuto niente a che fare è quello del mattone».
Senza contare - fa notare l’avvocato Guerra - «che nel rispondere al magistrato Martino si confonde: prima il chiosco era a Lido, poi a Viareggio». E va aggiunto, continua il legale, «che Martino ammette di non aver mai incontrato il mio cliente. E di avere appreso da altri che il candidato avrebbe avuto contezza del fatto che i voti arrivavano dalla Camorra».
Le sorti del governo Lunardini vanno poi diversamente da quanto sperato, mette in evidenza il racconto di Martino. Ed ecco l’idea di organizzare un attentato. Una volontà che Francesco Martino imputa a Maria Grazia Lucariello, titolare del negozio di mozzarelle campane nel complesso degli ex hangar del Carnevale, al Marco Polo. Moglie di Salvatore Mundo, anche lei oggi in carcere, della quale - in un'intercettazione ambientale del 13 giugno 2009 - così si parla: «È lei il vero capo della camorra ed è qui per stare tranquilla». Francesco Martino fa capire che l'attentato non divenne realtà perché non volle il marito di Lucariello.
Le carte girano e rigirano tra le mani, mentre si mescolano i sentimenti. Dolore e rabbia, prima di tutto: «Se avessi avuto la sensazione di avere avuto i voti della malavita mi sarei dimesso. Questa è una certezza. E mai, dico mai, mi sono sentito minacciato», aggiunge Lunardini ricordando che «ho aperto io il fronte delle denunce sulle case popolari occupate». Denunce che poi hanno dato il via agli sgomberi ancora in essere.
L’amministrazione di centrodestra - non si può non ricordarlo - ad un anno dall'insediamento fu colpita, come tutta la città, dal disastro ferroviario del 29 giugno 2009. Poi, nel 2012, arrivò la caduta anticipata: sulla mancata approvazione del Regolamento urbanistico che pure era stato adottato dal consiglio comunale. Un provvedimento molto atteso dal mondo economico viareggino fin dai tempi dell'amministrazione Marcucci e che aveva visto la Giunta Lunardini puntare molto sulla sua approvazione.
Oggi, di fronte a quelle cinque pagine di interrogatorio, non si può non cercare una risposta al perché si parli così di un’esperienza, di una città, del voto democratico cui tutti siamo chiamati. «Dobbiamo vigilare e stare attenti tutti - Lunardini argomenta così una risposta - perché se questa gente si permette di fare il nome di una persona in questo modo, solo perché ricopre un ruolo, allora possono gettare fango su tutta una città che oggi ha bisogno con forza di ritrovare una identità. Per liberarsi da una condizione che la vede troppo divisa, rancorosa».
La prossima settimana sul tavolo del sostituto procuratore Giulio Monferini (Dda Firenze) ci sarà già la denuncia per calunnia che Lunardini firmerà nei confronti di Martino: «È il minimo che una persona onesta possa fare di fronte a quelle parole», conclude Guerra.
L’ultima parola è quella dell’ex sindaco: «È vero che questo signore dovrà rispondere alla Giustizia di quanto detto. Ma siccome la mia unica ricchezza sono la mia onestà e la mia faccia, anche per tutelare i miei familiari, le mie figlie, il mio anziano e malato padre, da venti e venticelli di calunnia, ho voluto rendere pubblica a tutti e tutte questa ignobile diceria che mi offende e prova profondamente. La mia vita è da sempre nota a tutti ed è divisa e costruita da sempre attorno a medicina, famiglia, amicizie, impegno sociale. Quel mondo di malavita mi è estraneo, avverso, rigettato».
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