Il Tirreno

Versilia

Il consulente fa le prove a casa propria

Il consulente fa le prove a casa propria

In tema di vernici, provini realizzati su pezzi di ferro dipinti e lavorati con la fiamma ossidrica

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VIAREGGIO. È toscano di Ripafratta e si occupa di «perizie, stime e valutazioni» l’ingegnere Giovanni Bargagli Stoffi, seduto ieri sul banco dei testimoni per gli avvocati degli imputati tedeschi. Non si è mai occupato di incidenti ferroviari, ha risposto alle domande del pubblico ministero Giuseppe Amodeo, ma nella consulenza presentata al Collegio (presidente Gerardo Boragine , con i colleghi Nidia Genovese Valeria Marino) ha lavorato sullo stato dell’assile, sulle vernici, sulle condizioni delle stesse con riferimento a condizioni di stress dettate dal fuoco e dall’incidente.

«Dove ha fatto gli esperimenti?», è ancora la domanda del pm. «A casa mia», è la risposta. «È corretto, dunque, affermare che non ha lavorato, come dire, sul corpo del delitto. Ma ha dipinto pezzi di ferro, utilizzato la fiamma ossidrica? È corretto?». La risposta non si fa attendere: «È corretto».

Tutte prove- ricorda Giuseppe Amodeo - che sono state eseguite in ambito di incidente probatorio nei laboratori dell’università di Trento ed in quelli del Csi di Bollate. Qualcosa in più, insomma, delle attività effettuate dal consulente nella propria abitazione. «Ma sono esami diversi», precisa Bargagli Stoffi.

L’ingegnere ieri si è avventurato fin là dove nessuno aveva ancora “osato”. Ovvero sul terreno di una spiegazione per la presenza di una vernice vinilica sull’assile, insieme a quella epossidica. Un particolare messo in evidenza dalle indagini della Polfer, che ha evidenziato il tipo di vernice utilizzata in ambito di riparazioni ferroviarie che, secondo il consulente, sarebbe stata lasciata sull’assile dal «polietilene della plastica nella quale l’assile è stato avvolto nei primi giorni dopo l’incidente. Politilene che si spalma, per non dire che si fonde», con i segni lasciati sul metallo dalle catene utilizzate per spostare il pezzo. «È l'unica spiegazione possibile», risponde il consulente alle domande del pm Salvatore Giannino che insiste: «Come mai non l’ha fatto notare in Lucchini?», durante quell’incidente probatorio che una risposta non l’ha trovata. «Non ho fatto obiezioni perché prima bisogna che capisca!», sono le parole dell’ingegnere. Il botta e risposta continua sulle condizioni dell’assile, una volta “scartato” dalla protezione apposita voluta dall’ispettore Polfer Angelo Laurino per conservare l’assile: «Ha verificato le schede tecniche del silicagel?», domanda il pm. «No, mea culpa, mea culpa», è la risposta. «E del sottovuoto ha tenuto conto?», insiste Giannino. «Non era sottovuoto. E certamente i miei conti sono a spanne. Un litro d'aria in più o meno non cambia il mio risultato di valutazioni che sono molto generiche».

Quasi al termine dell’udienza il colpo di scena. Tra zampa di lepre e picchetto come elementi che hanno squarciato la cisterna, Bargagli Stoffi ha indicato fin dall’inizio il picchetto: «Se devo tagliare una mela prendo un coltello e non un cucchiaio», risponde alle domande del pubblico ministero Giannino. Per poi aggiungere: «Mi pare una risposta banale: è chiaro che è stato il picchetto».

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